L’attacco di panico in immersione e psicoterapia: un intervento a cerchi concentrici.

Un’attacco di panico può cogliere un subacqueo anche per cause che non sono direttamente riferibili allo svolgersi delle azioni che sta effettuando, e dell’ambiente sommerso in cui si sta muovendo, ma può essere generato per cause riferibili al vissuto della persona, richiamate solo incidentalmente da qualche particolare aspetto, anche minimale, che caratterizza l’immersione stessa.

Psicologia dell’immersione

Dott. Giancarlo Macrì Facciolo

Psicologo, psicoterapeuta, docente formatore. Esperto in terapia di coppia, terapia familiare, disturbi dell’umore ed elaborazione del trauma mediante tecnica EMDR.
Dal 1998 operatore nel Terzo Settore napoletano e psicologo presso il Polo Territoriale per le Famiglie del comune di Napoli.
Da molti anni studioso di aspetti psicologici e psicoterapeutici relativi all’immersione subacquea ricreativa e professionale.

L’attacco di panico in immersione e psicoterapia: un intervento a cerchi concentrici

L’immersione subacquea rappresenta un life event che va ad alterare l’equilibrio psicofisico del subacqueo e che può innescare un attacco di panico. Le cause della sua insorgenza possono essere tante soprattutto in alcuni soggetti particolarmente predisposti. In anni di trattamento di attacchi di panico con pazienti subacquei ho potuto costatare l’importanza di due fattori: le caratteristiche individuali del subacqueo e la storia del paziente, da quella più recente a quella passata. Questo si traduce in un’anamnesi dettagliata alla ricerca di particolari che aiutano a ricostruire tutta la sequenza di eventi di cui l’attacco di panico rappresenta l’evoluzione finale. Una modalità di ricerca che ho definito “a cerchi concentrici” e che parte da una relazione terapeutica rassicurante e partecipativa, dove ci si interessa al racconto del paziente e lo si incoraggia a fornire dettagli significativi. Pertanto in questo articolo, e negli altri che seguiranno, si parlerà di attacchi di panico partendo da una prospettiva non tanto psicologica ma psicoterapeutica, dove la psicoterapia rappresenta un trattamento di secondo livello dopo aver affrontato l’emergenza in acqua, elaborando tutto il vissuto personale da cui l’attacco di panico può essere scaturito. Inoltre si forniranno ai lettori alcune definizioni di uso comune, ma di cui spesso si sa ben poco, come la definizione di sintomo in psicoterapia, il concetto di psicosomatica, o una definizione stessa di psicoterapia. In ultimo non per importanza, esporremo una panoramica sugli interventi per fronteggiare l’emergenza in immersione dovuta a crisi di panico fino ad interventi di secondo livello come la psicoterapia per la cura e il trattamento degli attacchi di panico. In pratica, ponendo al centro dell’interesse la sicurezza del subacqueo in immersione, si collocano gli interventi “a cerchi concentrici” in base alla rapidità degli stessi.

Un’attacco di panico può cogliere un subacqueo anche per cause che non sono direttamente riferibili allo svolgersi delle azioni che sta effettuando, e dell’ambiente sommerso in cui si sta muovendo, ma può essere generato per cause riferibili al vissuto della persona, richiamate solo incidentalmente da qualche particolare aspetto, anche minimale, che caratterizza l’immersione stessa.

Cos’è un attacco di panico

L’attacco di panico è un fenomeno psicosomatico definito come un improvviso periodo di intensa e progressiva paura cui si accompagnano un insieme di sintomi somatici, e psichici. Si caratterizza per una forte connotazione somatica nel senso che si manifesta attraverso reazioni fisiche, emotive e comportamentali, e rappresenta una reazione ad una forma di stress che nell’attività subacquea può essere sia psicologico che fisico. I sintomi fisici, includono mal di testa, tensione muscolare, disturbi nei vari apparati dell’organismo (che talvolta si possono convertire in vere patologie) come tachicardia, tremori, dispnea. Le reazioni emotive possono comprendere ansia, irritabilità, depressione, reazioni fobiche o difficoltà a concentrarsi. Possono associarsi anche reazioni comportamentali complesse come insonnia, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nell’aggressività, dolore al petto, parestesie come bruciore o pizzicore agli arti. Oppure comportamenti di evitamento di quelle situazioni che ricordano l’evento. Gli studi suggeriscono che circa l’11% degli adulti ne soffre in una percentuale tra l’1,5 e il 5% della popolazione mondiale, e nella grande community dei subacquei circa il 50% tra noi ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico durante un’immersione (ed io tra questi!). E in questi casi sarebbe più preciso distinguere l’attacco di panico dal disturbo da panico per il fatto che quest’ultimo rappresenta una condizione clinica più frequente fino a strutturare in chi ne soffre un’ansia anticipatoria dell’evento: una paura della paura che possa verificarsi un attacco di panico in qualsiasi momento!

Infatti una caratteristica degli attacchi di panico è che essi (almeno ad occhio nudo, come leggeremo più avanti) possono presentarsi in maniera del tutto inaspettata, sia in superficie che in immersione. Tale peculiarità, soprattutto con il progredire del disturbo, può far riaffiorare nella persona un ricordo traumatico nel quale si associano l’episodio di panico pregresso con il luogo in cui esso si è manifestato, e per un fenomeno di condizionamento, ogni volta che un soggetto si trovi a rivivere la stessa esperienza nello stesso luogo, è molto probabile che l’attacco di panico si manifesti nuovamente. Tuttavia se rappresenta una reazione di natura psicosomatica, nell’anamnesi con pazienti subacquei (soprattutto) ho notato che l’imprevedibilità dell’evento procede di pari passo con la scarsa consapevolezza dei soggetti nel riconoscere le loro reazioni a fronte di stimoli apparentemente insignificanti. Ed è per questo che durante l’anamnesi della psicoterapia, bisogna aiutare il paziente ad aiutarci! Inoltre, se parliamo di sintomi e comportamenti inevitabilmente stiamo parlando di persone e del loro modo di reagire ai vari life events stressanti. Tali modalità talvolta possono rappresentare un fattore di rischio nella dinamica degli attacchi di panico soprattutto in soggetti con un temperamento (innato) che li predispone a sperimentare emozioni negative (affettività negativa) o che presentano una sensibilità a percepire i sintomi ansiosi come nocivi.

Un subacqueo comunica con un compagno che era in difficoltà e che ha accompagnato fino alla cima di ormeggio. La sua attenzione e la sua pronta assistenza si sono dimostrate altamente rassicuranti e risolutive per scongiurare l’insorgere di un attacco di panico.

Perché proprio in immersione?

Perché l’immersione subacquea rappresenta un richiamo dal profondo del mare per tutti noi che la pratichiamo, e di certo le varie scuole offrono programmi didattici e training sempre più aggiornati soprattutto in termini di sicurezza. Tuttavia per quanto l’addestramento preveda un avvicinamento graduale sia ai fondali che all’attrezzatura, la pratica della subacquea costringe un adattamento psicofisico che inizialmente o in momenti di particolare fragilità, può rappresentare un potenziale stressor per il corpo e per la psiche umana se non addirittura un trigger che innesca una reazione psicosomatica che può sfociare in un attacco di panico.

L’anamnesi a cerchi concentrici

Il lavoro di anamnesi nella psicoterapia di disturbi da panico rappresenta il primo passo che imposta tutto il lavoro successivo. Un momento delicato della psicoterapia sia nella relazione con il paziente che per i contenuti che ne emergono. In questa fase ci si immerge simbolicamente insieme al paziente nella sua storia per esplorare presente e passato. Collocando il subacqueo in immersione al centro di tale anamnesi, l’esplorazione anamnestica procede mediante una logica a cerchi concentrici alla ricerca di indizi utili nascosti dall’ovvio per ricostruire una catena di aventi che hanno trovato nell’attacco di panico in immersione l’esito finale. E talvolta un indizio significativo è sotto i nostri occhi ma ricoperto dal pregiudizio dell’ovvio. Pertanto è necessaria una particolare attenzione ai dettagli del racconto del paziente subacqueo. Al primo cerchio, intorno al subacqueo non troviamo l’interazione con l’ambiente circostante bensì la relazione tra il subacqueo e l’attrezzatura che, se ci pensate, essa rappresenta sia un’interfaccia tra noi ed un ambiente potenzialmente ostile, sia un apparato esterno che sostituisce temporaneamente alcune nostre parti del organismo, e questo rappresenta una prova particolarmente stressante a livello psicofisico. Ad esempio l’utilizzo dell’A.R.A. costringe a sospendere la respirazione nasale che rappresenta un riflesso involontario perché gestito dal sistema nervoso autonomo (SNA) e richiede una pratica volontaria rappresentata dalla respirazione orale. La sospensione di un’attività gestita dal sistema nervoso autonomo a scapito di un gesto volontario viene percepita come un’inversione anomala di attività. E oltre a questo, in molti soggetti l’utilizzo del boccaglio unitamente agli atti respiratori volontari, ha generato conati di vomito in immersione o un bisogno incontrollato di dover respirare con il naso per ripristinare la respirazione autonoma (ciò è capitato al sottoscritto!). Non per ultimo, l’immersione richiede di indossare una pelle di gomma, la muta appunto, che con la pressione (in molti casi sul torace) aderisce come una seconda pelle, che per molti viene vissuta con disagio. Pertanto abbiamo mai riflettuto sulla relazione che sussiste tra noi e l’attrezzatura? È così scontato “cambiare pelle” senza provare disagio? Riusciamo a gestire, ad esempio, il passaggio dalla respirazione nasale a quella orale? Quindi se immaginiamo che tra il subacqueo e l’attrezzatura sussista una relazione, forse possiamo trovare una relazione tra un evento percepito come stressor e l’attacco di panico. Ma procediamo nell’esplorare la relazione tra il subacqueo e l’ambiente circostante: in articoli precedenti mi sono dilungato nel descrivere il significato simbolico o i tanti significati che la nostra psiche può attribuire all’immergersi sott’acqua. Ma, con un pizzico di leggerezza, potremmo riflettere sul fatto che per molti che entrano in acqua il problema è galleggiare; invece, per un subacqueo, galleggiare è un problema!

Un subacqueo in risalita in difficoltà. Sguardo allarmato, boccaglio della decompressiva da cui sta respirando che tira verso il basso a sinistra, fruste degli altri erogatori scomposte e fluttuanti nell’acqua. E’ il momento d’intervenire! Il compagno deve subito trasmettergli tranquillità e sistemargli l’attrezzatura, poi deve stargli vicino per aiutarlo a mantenersi correttamente alla giusta quota e farlo quindi risalire alla giusta velocità, accompagnandolo da vicino fino alla fine dell’immersione.

E mentre solitamente il corpo si regge su gambe e piedi che a loro volta poggiano su una superficie solida, nel nostro mondo sommerso, il corpo deve passare dal reggersi in posizione eretta al fluttuare libero, e dal galleggiare all’affondare! Questo, per la nostra psiche e per il nostro cervello, non solo rappresenta un cambio di contesto, ma proprio uno stravolgimento delle funzioni delle varie parti del corpo e dell’organismo per adattarsi all’ambiente sommerso. Rimanendo sempre centrati sul subacqueo in immersione, insieme al paziente analizziamo le componenti emotive, cognitive, percettive, e la capacità di gestire i propri impulsi che subentrano nella percezione di un evento stressogeno, e nel reagire ad esso attraverso una gestione di sé, mettendo in campo strategie di coping individuale. Si esplora quindi la motivazione, la stabilità emotiva, il senso di sicurezza in sé, ma soprattutto, attraverso i racconti, si valuta la consapevolezza del paziente circa il proprio stato: la sua capacità di guardarsi in terza persona nelle relazioni e nelle situazioni. Man mano che ci allontaniamo dal centro, l’esplorazione anamnestica si estende a cerchi più esterni che si allargano fino alla superficie, indagando nelle relazioni passate ed attuali: ad esempio i momenti precedenti l’immersione come la fase di vestizione o di briefing o il training, stanando eventuali eventi in cui il paziente ha avvertito un persistente disagio.

In un’immersione di gruppo, specialmente se è fonda, è sempre importante che i componenti siano ben affiatati e responsabili, e va stabilito che oltre all’imprescindibile sistema di coppia, ci sia un’attenzione da parte di tutti anche verso gli altri compagni d’immersione. Questa consapevolezza, sicuramente tranquillizzante, aiuta molto a prevenire e a controllare l’insorgere di eventuali situazioni di panico.

Ad esempio, un paziente riferiva di provare un vissuto di disagio in immersione, riconducibile ad un’interazione con un istruttore avvenuta precedentemente in superficie dalla quale si è sentito insicuro nelle operazioni di vestizione: tale vissuto ha generato un senso di agitazione in immersione a causa della quale ha dovuto interrompere la discesa: poteva andare peggio! Un altro paziente riferiva di assistere a scene dove un istruttore sub si rivolgeva con atteggiamenti impulsivi o squalificanti verso i suoi collaboratori. Assistere a teatrini come questo, gli generavano uno stato d’ansia e di timore che lo accompagnava per tutto il periodo dell’immersione! Tali episodi vengono riferiti di frequente, e in molti casi rappresentano uno tra i tanti stressors che contribuiscono ad indebolire la persona fino a generare reazioni da panico! Si passa poi alla dimensione affettiva delle relazioni: relazioni familiari, di coppia, genitoriali, ed io aggiungerei anche di lavoro dove la dimensione affettiva è più che presente! In molti casi un periodo stressante col partner, in famiglia, con i figli può innescare una reazione da panico soprattutto se lo stress deriva da cambiamenti o scelte nelle relazioni. Dalla sfera degli affetti si passa pian piano al racconto di immagini relative a ricordi di eventi avvenuti anche in periodi meno recenti. Quando ci si allontana concettualmente dall’evento dell’immersione puntando la prua verso i ricordi, allora, molto probabilmente, ad innescare un attacco di panico in immersione è un ricordo traumatico seppellito vivo nella psiche della persona e che proprio l’immersione ha risvegliato! In quest’ultimo caso occorre procedere ad una forma di anamnesi specifica chiamata “concettualizzazione” per raccogliere le notizie necessarie per procedere eventualmente ad un intervento psicoterapeutico centrato sull’elaborazione del trauma.

E’ sempre importante osservare l’espressione degli occhi dei propri compagni d’immersione, che mostrano molto sullo stato della persona, calma e divertita oppure in apprensione, e controllare pure se assumono posture poco corrette. Sono buoni indizi, in positivo o in negativo, per capire se siano tranquilli e che vada tutto bene o meno.
La risalita nel blu, e il mantenimento della quota decompressiva affidandosi al solo riferimento della sagola del pallone da lancio, è sicuramente una delle situazioni più delicate per un subacqueo. E’ particolarmente importante mantenere costante il controllo reciproco del compagno d’immersione, specialmente se ci si trova in mare aperto, per mantenere un tranquillizante senso di sicurezza.

Da queste riflessioni possiamo chiederci:

Quanto gli attacchi di panico possono insorgere in modo imprevedibile, e quanto tale imprevedibilità è rinforzata dall’inconsapevolezza del paziente nel saper cogliere le proprie reazioni a certi dettagli, e da un’anamnesi un po’ superficiale che dà per scontati troppi dettagli nei racconti del paziente?
Ecco perché Il lavoro di anamnesi con pazienti subacquei non può limitarsi a raccogliere dati “di routine”, ma dovrebbe rappresentare una metodologia di ricerca che si allarga a cerchi concentrici sull’intera vita e sulla quotidianità della persona. È un’anamnesi da fare insieme al paziente e che assume la forma di una ricerca “archeologica” di indizi tra la sabbia dei ricordi, a volte apparentemente insignificanti o piccoli come un frammento, ma che può rappresentare il primo di tanti altri eventi o ricordi che messi insieme ricostruiscono una storia che può nascere da un ricordo traumatico rimosso ed arriva fino al presente, dove l’immersione può rappresentare un trigger che genera un attacco di panico.

Condividi: