La miniera francese di Rimogne

Un’affascinante struttura mineraria corrosa dall’acqua e dal tempo.

Immersioni in miniera e in cavità allagate

La miniera francese di Rimogne

Uno scrigno del tempo, fermo alla chiusura e all’allagamento del 1971

di Umberto Natoli e Giacomo Guerrieri

foto di Giacomo Guerrieri e Hedwing Dierart

Continua il nostro incontro con gli amici dell’associazione sportiva dilettantistica UDE Underground Diving Explorations, specializzati in immersioni altamente tecniche in ambienti ostruiti, con l’affascinante racconto dell’esplorazione della miniera di ardesia di Rimogne, che dall’epoca dell’improvvisa chiusura e dell’allagamento avvenuti 55 anni fa era stata esplorata e documentata in maniera solo parziale. Per conoscere meglio i membri del gruppo UDE, la loro attività e le complesse attrezzature che solitamente usano, rimandiamo il lettore al nostro precedente articolo “Immersioni in miniera e in cavità allagate” che si può trovare nell’elenco degli articoli del nostro magazine.

Giacomo Guerrieri, Marco Savarelli e Vincenzo Catalano pronti per l’entrata in acqua nelle viscere della miniera di Rimogne.

La loro passione esplorativa e il loro spirito di avventura li ha spinti recentemente in Francia, nella regione delle Ardenne, quasi ai confini con il Belgio, dove sorge il Parco Naturale Regionale delle Ardenne, che custodisce, oltre agli aspetti naturalistici locali, l’ambiente storico e di archeologia industriale dell’attività di estrazione di lastre di ardesia delle miniere di Rimogne, che era rimasta in funzione per oltre 800 anni. Questo antico mondo operoso fatto di centinaia di operai e di tecnici, di macchinari, di edifici di lavorazione, di mezzi di trasporto, cessò improvvisamente di esistere per una serie di crolli e di allagamenti che si verificarono improvvisamente nel lontano 1971, ma che coincisero con la già prevista chiusura della miniera, resasi ormai economicamente non più produttiva. L’incidente diede il colpo di grazia e così cessò ogni attività e fu tutto abbandonato. Poi in anni recenti, grazie alla sensibilità degli amministratori locali e all’importanza storica delle strutture minerarie rimaste, il sito è stato restaurato e musealizzato dal Parco Naturale Regionale delle Ardenne. Rimaneva però l’immensa serie di gallerie che si estendono, tra varie diramazioni, per oltre 30 Km, e che scendono in profondità fino ad oltre 300 metri, in parte ancora percorribili, ma in gran parte sommerse. In passato solo un gruppo di sommozzatori belgi coordinati dal responsabile Hedwing Dierart su incarico dell’amministrazione del parco aveva avuto il privilegio di effettuare delle prime esplorazioni in queste gallerie allagate. Il resto è rimasto assolutamente inviolato da quei lontani giorni di 55 anni fa. Tale aspetto ha incuriosito e affascinato i nostri amici dell’UDE, che nei mesi scorsi, spinti dal fuoco sacro della passione, hanno deciso di affrontare con determinazione il non facilissimo iter burocratico e amministrativo per la richiesta delle autorizzazioni per poter effettuare una serie di immersioni esplorative. Già! Perché occorreva chiederle all’attuale proprietario dell’area, che è un privato; poi all’amministrazione comunale e infine al Parco, ma gli è andata bene. Il tutto si è svolto in un tempo ragionevole, anche perché l’accordo prevedeva la realizzazione di un video promozionale della miniera, da promuovere anche nel territorio nazionale italiano a titolo assolutamente gratuito. E così dopo aver firmato un articolato scarico di responsabilità, Vincenzo Catalano, Giacomo Guerrieri e Marco Savarelli iniziano la loro faticosissima, ma straordinaria avventura, dopo aver caricato all’inverosimile i loro mezzi e percorso esattamente 1290 km in circa 13 ore di viaggio dalla loro terra, la Toscana.
Raccolte le informazioni di base dai responsabili del Parco, e verificate le complesse planimetrie delle gallerie, hanno pianificato un’esplorazione di quattro giorni di immersioni suddivise in due diverse spedizioni, sicuramente molto intensi.

Nella prima parte della miniera di Rimogne, questa discesa piuttosto impegnativa portava ai primi livelli asciutti delle gallerie, dove c'erano dei vecchi binari che il team ha sfruttato per caricare parte dell'attrezzatura.
Dal fondo di un pozzo, denominato S. Quintino, si vede l’uscita.

L’impresa si è rivelata da subito molto impegnativa perché l’avvicinamento prevedeva un primo tunnel di circa 150 metri, molto ripido e scivoloso e dopo di che un percorso a piedi di altri 600 metri circa di gallerie strette, parzialmente allagate, buie e a tratti particolarmente pericolose, considerando anche tutto il carico di attrezzatura subacquea che doveva essere trasportata.

Fortunatamente per la prima discesa di circa 150 metri sono riusciti a sfruttare dei vecchi binari ed un altrettanto vecchio e malconcio carrello per il trasporto delle attrezzature, ma che ha funzionato bene. Dopo di che il team ha iniziato il trasporto in spalle delle attrezzature.

Tutta questa fase è stata divisa in tre viaggi a piedi lungo un percorso quanto mai scivoloso, umido e a tratti molto fangoso e stretto che, come abbiamo detto, era di circa 600 metri complessivi fino al punto d’immersione. Insomma, sommando i tre viaggi di andata e ritorno, hanno percorso a piedi in queste condizioni, ben 4500 metri! Di cui 1800 metri con le pesanti attrezzature.

L'attrezzatura è stata portata davanti all’ingresso della zona allagata in viaggi successivi, e li è stata lasciata alla fine del primo giorno di esplorazione, pronta per il giorno successivo.
L’entrata di uno dei condotti secondari.
Ingresso di uno dei tanti condotti secondari.
Marco all'uscita di una ispezione da uno dei condotti secondari.

Tanto per avere un’idea dell’impegno che ha comportato lo spostamento dell’attrezzatura, vediamo come era composta. Innanzitutto la discesa in miniera è stata effettuata, da parte di tutti, indossando una tuta tecnica traspirante per non sudare, per l’inevitabile fatica, e indossando stivaloni antiscivolo a salopette per affrontare il fango e l’acqua che si trovava durante il percorso di avvicinamento. Tutto il necessario per l’immersione è stato stipato e diviso in capienti zaini speleo, quindi mute stagne, sottomuta, pinne, maschere, zavorra, tre torce ciascuno, fotocamera e videocamera, e accessori vari, compreso il cibo e un fornellino per cucinare. Poi è stata la volta di tre pesanti rebreather, di cui uno a circuito chiuso (eCCR) e due a circuito semichiuso (pSCR), accompagnati da quattro bombole bailout. Uno dei momenti più impegnativi è stato il passaggio su delle longarine sospese, non particolarmente stabili, come si vede da una delle foto a corredo di questo articolo, con i rebreather sulle spalle e con il rischio di cadere nel fango sottostante. Da tener presente che la percorrenza di ogni tratta, di circa 600 metri, richiedeva un tempo di circa 35/40 interminabili minuti, con il tragitto reso visibile dal solo ausilio delle torce che fendevano il buio assoluto. Insomma in circa tre ore è stata completata la prima fase di avvicinamento fino al principale punto di ingresso in immersione.

Poi Vincenzo, Giacomo e Marco si sono vestiti e sono entrati in acqua. Ed ecco una prima difficoltà. Lo spazio di manovra all’ingresso della galleria allagata era piuttosto ristretto e nonostante siano entrati con estrema attenzione, i loro movimenti hanno inevitabilmente sollevato il fango depositato sulle pareti, che ha reso subito l’acqua torbidissima. Sceso anche il terzo compagno, si sono trovati in uno spazio molto contenuto, oltretutto con visibilità praticamente azzerata. Fino a circa 16/17 metri di profondità la discesa è stata effettuata praticamente a “tastoni” cercando di porre la massima attenzione a non impigliarsi nei diversi ostacoli presenti nella galleria allagata. Finalmente ad un certo punto le luci delle torce si sono spinte lontano in un’acqua ora limpidissima. Anche la temperatura che trovarono intorno ai 10°/11° si rivelò accettabilissima con l’equipaggiamento stagno che avevano previsto. E così l’avventura era cominciata!

In uno dei tratti più difficili da percorrere i componenti del gruppo dovevano camminare come degli equilibristi su longarine sospese e instabili, con il rischio di cadere nel fango sottostante. Questo tratto è stato particolarmente impegnativo con i rebreather sulle spalle.
Ultimi preparativi di Giacomo prima di scendere in immersione.
L’entrata in acqua in spazi ristretti ha comportato l’inevitabile presenza di fango in sospensione, generata dai movimenti dei subacquei, e per alcune decine di metri la visibilità era sostanzialmente azzerata, costringendo i tre membri del team a procedere praticamente “a tastoni”.

Percorrono la galleria per circa 200 metri e finalmente incontrano una prima struttura costituita dalla sala pompe. Si trovano a circa 38/40 metri di profondità. L’emozione è palpabile. Tutto è rimasto praticamente intatto, fermo al 1971. Era una vera e propria costruzione realizzata all’interno della miniera in un’area piuttosto spaziosa, completa di pareti in mattoni e di un tetto perfettamente conservati, e qui veniva effettuato l’importante lavoro di mantenimento delle gallerie asciutte tramite pompaggio dell’acqua. Trovano un grande barile poggiato su un lato, alcuni oggetti tecnici e altri utensili. Le attrezzature un tempo utilizzate dai miniatori sono ancora tutte al loro posto e tutto ascia supporre un allontanamento improvviso e quindi un rapido abbandono degli ambienti, probabilmente come rapida conseguenza dei crolli di cui si ha notizia storica e dei successivi e sicuramente consequenziali allagamenti. Il buio è totale, interrotto solo dal fascio luminoso delle torce, e ci si muove male negli spazi occupati dalle strutture: inoltre basta sfiorare appena una parete o una tubazione o altro, cosa facilissima, e si alza subito un gran polverone, nemico assoluto dell’orientamento e del lavoro di documentazione foto e video.

La sala pompe è uno dei punti più interessanti dell’immersione, con la sua struttura in mattoni e il tetto perfettamente conservati, oltre a una scala d’accesso.

Giacomo in assetto sopra una scala della sala pompe. I tre subacquei dovevano stare molto attenti a non entrare in contatto con i vari elementi delle strutture sommerse, per evitare di sollevare una forte sospensione di fango.
Giacomo si introduce in uno degli ambienti della sala pompe.
Un particolare delle strutture della sala pompe.

L’esplorazione prosegue e il gruppo ora incontra altri binari, carrelli e alcuni oggetti di scavo minerario, e s’avventura anche in gallerie laterali e diramazioni, sempre affidandosi per il ritorno al filo d’Arianna, altrimenti perdersi in questo labirinto sarebbe facilissimo.

Trovano anche altre testimonianze di un rapido abbandono costituite da cumuli di preziose lastre di ardesia, già ridotte a misura e pronte per essere portate all’esterno. L’esplorazione poi continua e il tempo scorre, ma è l’ora di avviarsi sulla strada del ritorno. Quando torneranno al punto di entrata saranno trascorse circa due ore e mezzo d’immersione in rebreather.

Marco con il grande reel che assicura al gruppo la strada del ritorno attraverso le gallerie.

Durante l’esplorazione il team ha incontrato in alcuni punti cumuli di lastre di ardesia, probabilmente già pronte per essere trasportate fuori.

In uno dei tunnel secondari il gruppo di subacquei ha incontrato questo carrello abbandonato, che era adibito al trasporto di lastre di ardesia.

Dopo essersi spogliati e lasciata l’attrezzatura in ordine nella galleria, pronta per il giorno successivo, è il momento di riposarsi, per smaltire stanchezza e azoto, e di rilassarsi consumando un pasto caldo preparato da Marco e discutendo su quanto si è incontrato e delle emozioni provate. Il ritorno poi in esterno, senza doversi portare appresso alcun peso, è sicuramente agevole e rapido, ma la fase più impegnativa dell’esplorazione è quella che verrà affrontata il giorno successivo.

Di nuovo una lunga camminata senza attrezzature fino al punto d’immersione, ma ora il gruppo ha programmato di andare ben oltre la quota raggiunta il giorno prima, e di esplorare un condotto che porterebbe il team alla ricerca di una testimonianza molto “particolare”. Dalle immagini realizzate dagli speleo subacquei belgi erano state infatti individuate alcune scritte in italiano che inneggiavano all’allora sex symbol Sophia Loren. Quella scritta rappresentava i sogni e le aspettative di un’intera generazione di migranti che lavorarono nella miniera di Rimogne, tra cui molti italiani, trasportando ardesia e svolgendo uno dei lavori più duri e pericolosi al mondo. Grazie agli archivi storici messi a disposizione dal Comune, il team riesce inoltre a rintracciare un ex minatore italiano ancora in vita, che si rivela essere proprio l’autore della scritta: Gianni Liguori.

Un’affascinante struttura mineraria corrosa dall’acqua e dal tempo.

E’ un personaggio straordinario, che ha raccontato la propria storia in un’intervista esclusiva rilasciata al team UDE. Il signor Liguori si trasferì a Rimogne a soli 23 anni, attirato dalle promesse di condizioni di lavoro e di vita eccezionali, promesse che però, nella realtà dei fatti, non si concretizzarono mai.
Tuttavia l’esplorazione di quel condotto comporta il raggiungimento di un livello ancora più lontano e profondo, e comunque non si demoralizzano. Rispetto al giorno prima percorrono ulteriori 200 metri circa di gallerie sommerse e devono scendere fino a ben 70 metri di profondità, ma lo sforzo è ben ripagato, e la lama di luce del faro finalmente illumina la scritta! Quello scrigno sommerso, fermo nel tempo, aveva restituito un’emozione intensa.
Può sembrare una piccola cosa rispetto allo sforzo e all’impegno profusi. Se ne può discutere quanto si vuole. Si può essere d’accordo o meno, ma lo spirito d’avventura del gruppo UDE è sicuramente ammirevole e porta lontano le nostre menti ai confini dell’immaginario e del possibile, ed è proprio questa la mission e il fascino di questo tipo di attività subacquea.
E’ importante ricordare che durante i giorni della spedizione il team oltre ad esplorare il punto principale, si è soffermato a visionare anche altri condotti secondari, che seppur meno profondi, hanno rappresentato comunque dell’ottimo materiale di contorno per il video finale necessario.

Il team ha esplorato alcuni degli estesissimi tunnel secondari.

Terminata l’immersione nelle profonde gallerie di Rimogne è sempre il solito Marco a provvedere poi all’incombenza della cambusa, vista la sua passione per la buona cucina toscana, anche perché il gruppo deve necessariamente sostare e riposarsi nella galleria e rifocillarsi con un buon pasto, in considerazione dell’impegnativa immersione che i tre sub hanno effettuato, e in vista anche della faticosa e lunga fase di trasporto di tutta l’attrezzatura da effettuare nuovamente in tre viaggi. Questa volta però non ha preparato il solito sughetto di cinghiale o di funghi per accompagnare la pasta cotta sul fornellino, ma solo un condimento in bianco che desta qualche timido principio di protesta da parte degli altri due subacquei, subito smorzato dallo sguardo fulminante di Marco verso gli ingrati compagni, e dal gesto di rovesciargli il contenuto della pentola sulla testa se avessero continuato!
Tutto ovviamente finisce con una gran risata, e ora ai nostri eroi spetta l’ultimo sforzo, ma non da poco: riportare tutto fuori. Ma si sa! La grande passione attenua i morsi della fatica! E di fatica i quattro ne devono affrontare ancora tanta. Poi trasportato fuori l’ultimo zaino e con il viso accarezzato da una brezza di aria fresca e pulita, i nostri amici finalmente possono alzare lo sguardo verso il cielo “…a riveder le stelle”.

Una muta Dive System molto provata e sporca dopo due giorni di uso impegnativo, ma perfettamente integra nonostante le pesanti sollecitazioni a cui è stata sottoposta.

L’avventura della miniera di Rimogne si può quindi dichiarare definitivamente conclusa, anche perché, successivamente alla spedizione del team, le gallerie sono state oggetto di un’esplorazione da parte di un altro gruppo, purtroppo caratterizzata da un grave incidente, che ha necessariamente coinvolto centinaia di squadre di soccorso proprio a causa del complesso avvicinamento asciutto che porta alle gallerie allagate. Dopo tale evento infatti è stato definitivamente precluso l’accesso, e il sindaco ha espressamente tolto ogni eventuale possibilità di poterci tornare, in quanto quello che poteva essere documentato è stato fatto, e quello che non è stato documentato si trova purtroppo in posti cosi talmente remoti ed inaccessibili da rendere ogni spedizione troppo rischiosa. Il team UDE quindi, è stato l’unico gruppo di subacquei italiani che hanno avuto il privilegio di potersi immergere nelle acque di questa incredibile e affascinante miniera.

Guarda il video!

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