HAVEN FERRO E FUOCO

Cassero, murata di sinistra - Lo squarcio sopra il cassero racconta ancora l'istante in cui il ferro cedette al fuoco

HAVEN
FERRO E FUOCO

Un racconto poetico e affascinante dell’Ing. Marco Mori. Una riflessione profonda. Una testimonianza passata e presente su una delle più recenti tragedie del mare italiane.

Ce lo propone con uno stile emozionante e coinvolgente, e sarà il primo di una serie di prossimi articoli, in cui ci racconterà l’emozione del mare in altre esperienze che ha vissuto, con il suo taglio letterario straordinario e la sua grande competenza tecnica. Di lui vi presentiamo una breve biografia.
Nato a Genova nel 1973, è ingegnere, fotografo subacqueo, esploratore di relitti e istruttore di immersioni tecniche.
La sua passione per il mare nasce nelle acque dell’Isola d’Elba, dove muove i primi passi in apnea. Alla fine degli anni Novanta passa alle immersioni con autorespiratore e successivamente alla subacquea tecnica, specializzandosi nell’esplorazione dei relitti con miscele trimix e rebreather.
È Lead Engineer di Ratio Computers, dove guida lo sviluppo dei computer subacquei dell’azienda e altre piattaforme elettroniche dedicate al mondo delle immersioni.
Dal 2014 utilizza la fotografia e la scrittura come strumenti per raccontare il patrimonio sommerso. Le sue immagini e i suoi articoli, dedicati principalmente ai relitti del Mediterraneo, uniscono rigore tecnico e narrazione, con l’obiettivo di preservarne la memoria e trasmetterne la storia.
Le sue fotografie hanno ottenuto riconoscimenti nei principali concorsi internazionali di fotografia subacquea e sono state pubblicate su riviste italiane e straniere.
Per Marco Mori, ogni fotografia e ogni racconto sono un modo per restituire voce e memoria alle storie custodite dal mare.

Il Direttore
Umberto Natoli

Il racconto

di Marco Mori

“Sono stata costruita per attraversare il mondo senza fermarmi, per portare peso, per resistere. Ho conosciuto porti, tempeste, rotte lunghe e silenzi pieni.
Poi un giorno ho smesso di essere nave.
Un errore, forse. Una scintilla. Il calore che cresce troppo in fretta. L’aria che diventa nemica.
Ricordo il fuoco. Ricordo uomini. Ricordo il tempo che si rompe.
Per tre giorni ho bruciato davanti alla costa. Non potevo andare via. Non potevo salvarmi.
Poi il mare ha aperto le braccia. E sono scesa. Lentamente.
Non è stata una fine. È stato un cambiamento.
Ora sono altro.
Sono casa per chi non ha voce. Sono memoria per chi sa guardare.
Sono qui. E aspetto”

Cassero, murata di sinistra - Lo squarcio sopra il cassero racconta ancora l'istante in cui il ferro cedette al fuoco
Poppa - Il volto della Haven rivolto al mare, immobile, custode del suo ultimo viaggio.

La prima volta che l’ho vista, non avevo ancora un computer subacqueo al polso. Non sapevo cosa fosse una PPO2, né cosa significasse aspettare una decompressione.

Ero solo un ragazzo sulla costa. Ma quella nave non era una nave qualsiasi.

La Haven apparteneva a un mondo che conoscevo da sempre. Nella mia famiglia il mare non era una passione: era una presenza. Mio nonno, mio padre, mio zio navigavano. Avevano passato anni sulle navi, anche sulle petroliere. Il rumore dei motori, l’odore del gasolio, le rotte lontane, il rientro a casa dopo mesi: erano parte della mia infanzia.

Per questo quella tragedia non era qualcosa che guardavo da lontano. Era qualcosa che sentivo.

Aprile 1991.

Una petroliera nata a Cadice nel 1973 esplode davanti a Genova durante operazioni che dovevano essere normali. Una pompa, forse. Un dettaglio tecnico che diventa destino.

Cinque uomini restano lì.

Per tre giorni la nave brucia davanti alla Liguria. Una colonna di fumo nero sale verso il cielo e sembra impossibile che una cosa così grande possa consumarsi davanti ai nostri occhi.

Officina -65 m - Banco da lavoro, morsa e chiavi. Gli strumenti sono rimasti dove mani esperte li avevano lasciati.
-55 m - La manichetta dell'estintore, silenziosa testimone della lotta contro un incendio impossibile da fermare.
Officina -65 m - La mola all'ingresso attende ancora un lavoro che non riprenderà mai.
Ingresso sala macchine - Le lampade illuminavano turni, uomini e decisioni. Oggi rischiarano soltanto la memoria.
A prua del cassero - L'accesso alla sala pompe, cuore operativo di una nave nata per attraversare il mondo.

Io ricordo il fumaiolo.

È l’immagine che mi è rimasta più impressa: quel pezzo di nave che continua a emergere dal fuoco mentre tutto intorno cambia, crolla, si arrende.

Poi anche lui inizia a scendere. Lentamente.

Come se il mare, dopo aver assistito a tutto, stesse finalmente aprendo le braccia.

E sparisce.

Per anni la Haven è rimasta per me quella discesa. Non solo un relitto. Una ferita. Una storia.

In discesa con il fumaiolo sullo sfondo - La sagoma più riconoscibile della Haven accompagna ogni incontro con il suo silenzio.
Ingresso laterale nella zona lavanderia - Oggetti della vita quotidiana diventati frammenti di memoria.
Visione dal lato sinistro - Il tempo, il sale e il mare hanno trasformato il ferro in un nuovo paesaggio.
Bigo di carico di dritta con anthias - Dove un tempo si movimentavano carichi, oggi il mare costruisce nuova vita.

Oggi scendo da un gommone.

Il diving è il CST Tigullio. Barbara e Dario. Con loro il mare è affidabile, concreto. Nessuna scena, solo sostanza.

Io e Paola ci prepariamo senza bisogno di parlare troppo. Nella vita è la mia compagna, sott’acqua è equilibrio.

Ci guardiamo. Un cenno. Scendiamo.

A cinque metri ci fermiamo per il bubble check. Tutto è dove deve essere. Il Kiss Sidewinder, MCCR manuale, è una macchina che non perdona distrazioni. Qui l’attenzione non è una qualità: è una condizione. Sul polso ho il mio IX3M2, configurato come backup. Li progetto, i computer subacquei. So cosa mi stanno dicendo. Ma sott’acqua non basta sapere: bisogna esserci.

Ok di luce. Ok di sguardo. Poi giù.

La discesa è veloce. Il blu cambia consistenza, si chiude. In meno di un minuto il fumaiolo è davanti a noi, intorno ai trentacinque metri. Mi fermo. Lo fotografo. Sempre.

La nave nel suo insieme - Murata di sinistra, cassero e squarcio. Un'unica immagine racchiude la forza e la fragilità della Haven.
Lo squarcio dell'esplosione - Una ferita aperta che continua a raccontare il momento in cui tutto cambiò.
Poppa e fumaiolo - Le forme che più di ogni altra conservano il ricordo del fuoco.

È il mio modo per ricordarmi da dove viene tutto questo. Nel piccolo display della macchina vedo Paola, riflessa nel dome. Regolo i bracci dei flash, chiudo leggermente il diaframma, aggiusto i tempi. Uno scatto di prova. Trattengo quasi il respiro.

Scendiamo ancora: prima un’ombra, poi una massa, poi una nave.

La Haven arriva sempre così.

PPO2 stabile a 1.0. Tutto è sotto controllo, ma niente è lasciato andare.

Prima di entrare le giriamo intorno. È un passaggio necessario. Capire come sta oggi. Perché cambia. Sempre. Il tempo e il mare lavorano lentamente: consumano, modellano, cambiano. Il ferro è diventato pelle. Rosso, arancio, giallo, marrone. Le lamiere si piegano come foglie.

Non è distruzione. È trasformazione. Mi fermo prima dell’ingresso. Non è tecnica. È rispetto.

Uno sguardo a Paola. Ok. Entriamo.

Dentro è buio, ma non vuoto.

I fari aprono lo spazio. La sospensione è ovunque. Ogni movimento conta.

Paola è davanti. A volte la vedo, a volte sparisce nella luce. Poi torna. Sempre un ok. Sempre presenza.

La sala macchine è il cuore.

Non funziona più, ma non è ferma.

Tubazioni, valvole, strutture. E tracce.

Qui dentro si sente che qualcuno ha vissuto, lavorato, deciso. Non servono storie inventate. Bastano i dettagli.

Caldaia -55 m - Il cuore della nave riposa nel silenzio, ancora capace di evocare la sua immensa energia.
Le chiavi appese - Rimaste al loro posto, raccontano più di qualsiasi parola le vite che animavano quest'officina.
Lavatrice -55 m nel locale lavanderia - Un oggetto comune che rende straordinariamente vicina la vita di bordo.
Elica -78 m - L'ultima parte destinata a muovere la nave. Oggi immobile, affidata al mare.
La bicicletta sepolta -55 m - Un piccolo oggetto che rende improvvisamente umano un gigante d'acciaio.

Un cassetto aperto. Le chiavi ancora appese. Nel castello, una volta, una bicicletta. Su un balcone, un cacciavite. Il manico in legno si è frantumato appena l’ho toccato. In cucina, piatti nel lavandino. Un frigorifero aperto. Bottiglie. Nella stiva, anni fa, si trovavano oggetti. Ora ne restano pochi. Devono restare.

Questa nave non è un relitto storico. Non racconta secoli lontani. Ma racconta vite reali. Per questo ha valore: turistico, ambientale, fotografico, umano.

Cerco le lanterne.

Regolo i flash. Apro e chiudo i bracci. Tempo. Diaframma. Aspetto che l’acqua si calmi.

Scatto. Poi mi fermo.

La fotografia qui non è documentazione. È memoria. Non serve a prendere il relitto. Serve a non dimenticarlo.

Il tempo di fondo finisce. Sempre troppo presto. Uno sguardo. Ok. Si risale.

Porto la PPO2 a 1.3. Controllo continuo. Nessun automatismo ti salva davvero.

Le tappe arrivano. Si allungano. A 21 metri imposto 1.6. L’ossigeno si sente. Poi lo lascio scendere, torno a 1.3.

Sempre attento. Sempre.

La decompressione.

Officina e chiavi - Ogni utensile ricorda che, prima del relitto, c'erano uomini, lavoro e gesti quotidiani.
Bigo di sinistra e Paola - L'acciaio custodisce il mare, mentre la presenza umana restituisce la misura del tempo.
Paola nel corridoio della sala macchine - Una figura attraversa il silenzio di un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.

«Deco guardata non passa mai.»

Forse.

Io trovo sempre qualcosa. Anche solo stare nell’acqua. Un pesce luna mi passa vicino. Lento. Perfetto. La macchina è pronta. Non scatto.

Non tutto deve diventare immagine. Quando torno in superficie, la Haven non si vede. Ma non è più lontana. Non è più solo la nave che bruciava davanti a tutti. È diventata un luogo dove il tempo continua a vivere. Le immagini che porto su non servono a possederla. Servono a dire che è ancora lì. E che quella storia non ha mai smesso di esistere.

Paola nella sala macchine - Luce e movimento si intrecciano con la memoria di uno degli ambienti più intensi della Haven.
Barattoli di pittura - Colori destinati a proteggere il ferro, oggi consumati dallo stesso tempo che volevano sfidare.
Barattoli di pittura - Piccoli dettagli che raccontano la cura e la manutenzione di una nave ancora viva.

“Sono stata costruita per attraversare il mondo senza fermarmi, per portare peso, per resistere. Ho conosciuto porti, tempeste, rotte lunghe e silenzi pieni.
Poi un giorno ho smesso di essere nave.
Un errore, forse. Una scintilla. Il calore che cresce troppo in fretta. L’aria che diventa nemica.
Ricordo il fuoco. Ricordo uomini. Ricordo il tempo che si rompe.
Per tre giorni ho bruciato davanti alla costa. Non potevo andare via. Non potevo salvarmi.
Poi il mare ha aperto le braccia. E sono scesa. Lentamente.
Non è stata una fine. È stato un cambiamento.
Ora sono altro.
Sono casa per chi non ha voce. Sono memoria per chi sa guardare.
Sono qui. E aspetto”

Barattoli di pittura - Resti silenziosi di un lavoro interrotto, lasciati dove il tempo si è fermato.
Fumaiolo e anthias - Il simbolo dell'incendio e della tragedia è diventato rifugio per una nuova vita.
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