A che età un bambino può iniziare l’attività subacquea?

A che età un bambino può iniziare l’attività subacquea?

L’età di circa 8 anni è quella giusta per far sviluppare a un bambino una buona acquaticità insegnandogli a usare maschera e pinne, ma il vero addestramento all’immersione e all’uso di un autorespiratore va iniziato attorno ai 10 anni.

di Umberto Natoli

E’ questa la domanda che si pongono molti genitori appassionati di immersioni, che non vedono l’ora di portare sott’acqua i propri figli, e poter condividere con loro le emozioni che regala lo sport subacqueo. Il primo approccio con il mondo acquatico è sicuramente un’esperienza molto bella e stimolante per un bambino, ma deve essere affrontata con la massima prudenza, sia per quanto riguarda gli aspetti medici sia per quanto riguarda gli aspetti psicologici, non meno importanti. In sede preventiva, le necessarie valutazioni per determinare l’idoneità fisico psichica del piccolo all’attività subacquea, devono essere interamente demandate ad un medico; meglio ovviamente se specializzato in medicina subacquea e iperbarica, ma possono essere anche affidate ad uno specialista in medicina dello sport. A corredo di questo articolo, abbiamo riportato le autorevoli ed esaustive indicazioni di due ben noti specialisti del settore subacqueo: il Dott. Pasquale Longobardi, medico subacqueo e iperbarico, ed anche vice presidente, e già presidente della SIMSI, e il Dott. Francesco Fontana, fisiatra, medico subacqueo, iperbarico e sportivo, nonché consigliere della SIMSI, e condirettore de La Marea Magazine.

L’importantissimo aspetto psicologico invece, che riguarda le prime fasi di contatto con l’acqua e poi di addestramento, deve essere affrontato dagli istruttori, congiuntamente con i genitori, o comunque con persone di famiglia molto vicine al bambino. A differenza di un adulto che si appresta a partecipare ad un corso sub, e che comunque nel bagaglio di conoscenze ed esperienze della vita ha già più o meno sedimentato le sensazioni che si provano nel contatto con l’ambiente acquatico, il piccolo entra invece per la prima volta in una nuova dimensione diversa da quella aerea, tutta da sperimentare, o quasi. E’ questa una fase molto delicata sotto il profilo psicologico, perché sen ben condotta da parte di un istruttore, porta il bambino da subito all’entusiasmante scoperta del mondo subacqueo, nel quale si muoverà con una sicurezza sempre crescente, mentre invece, se l’adulto che lo istruisce non riesce a cogliere eventuali primi segnali di insicurezza o di panico, l’esperienza può anche divenire traumatica e poi difficilmente recuperabile.

All’inizio deve essere solo un gioco

Fino all’età di circa 8 anni il contatto con l’acqua deve essere vissuto dal bambino solo come un gioco, facendogli prendere confidenza con l’uso della maschera e delle pinne, senza nessuna forzatura da parte degli adulti.

Innanzitutto precisiamo che non esiste una definizione precisa di quale sia l’età giusta per iniziare l’attività subacquea, perché lo sviluppo e la maturità fisica e psichica di un bambino varia molto da individuo a individuo. Comunque mediamente le indicazioni mediche a livello internazionale, condivise anche dall’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità, sono orientate ad indicare gli 8 anni come età di primo approccio con il mondo subacqueo, e i 10 anni invece come età in cui si può iniziare un vero e proprio addestramento sia teorico che pratico. Su queste basi si orientano le didattiche che contemplano un percorso formativo per giovanissimi subacquei, denominandolo in vario modo, ma che in sostanza prevede un primo riconoscimento, che non è un brevetto, ma un semplice attestato di partecipazione. Mediamente vengono insegnati i primi rudimenti dell’immersione in acqua bassissima, con qualche essenziale accenno teorico, ed è mirato principalmente a sviluppare la conoscenza dell’ambiente e a scoprire la dimensione acquatica; è adatto a bambini di età attorno agli 8 anni. Il secondo livello dedicato invece a ragazzi da 10 anni in su, si avvicina molto ad un vero e proprio corso Open Water, ma esposto con concetti teorici semplificati ed essenziali, spiegati con un linguaggio accessibile a quella fascia d’età. Le esercitazioni consentono di scendere mediamente fino ad un massimo di 10 metri di profondità, sempre e comunque in presenza di almeno due accompagnatori, di cui uno in qualità di istruttore, e l’altro come accompagnatore brevettato; la presenza di una terza persona assicura quindi, seguendo un concetto di giusta prudenza e ridondanza, che se l’istruttore avesse un problema, circostanza rara, ma possibile, ci sarebbe comunque chi è in grado di intervenire in aiuto e assistenza agli altri due subacquei, quindi all’istruttore e al bambino. Questo livello didattico prevede il rilascio di un primo brevetto denominato Open Water Junior, o altre definizioni simili, a seconda delle didattiche, e abilita fino alla profondità di 10/12 metri.

L’istruttore subacqueo deve avere maturato una specifica esperienza con i bambini e deve essere motivato da un’autentica passione per l’insegnamento; solo così riuscirà a trasmettere l’entusiasmo per la scoperta del mondo acquatico e conquistare la fiducia del piccolo.

Su questi aspetti formativi e di certificazione abbiamo riportato, sempre a corredo di questo articolo, anche le opinioni e le indicazioni più particolareggiate di due presidenti di agenzie didattiche, e ovviamente anche istruttori con molti anni di attività sul campo: Stefano Torti della NADD e Fulvia Lami della SNSI.
Comunque il consiglio pratico per un genitore è quello di scegliere un istruttore di cui si conosca bene la preparazione e la specifica esperienza con i bambini, e che sia realmente appassionato di insegnamento ed anche dotato di grande pazienza. Insomma deve avere il piacere di farlo, e non sia un semplice “mestierante” della subacquea. Solo così riuscirà a trasmettere al piccolo il necessario entusiasmo per questa nuova esperienza, l’amore per l’ambiente e tutta la gioia dell’immersione, e a stabilire un rapporto fiduciario con il piccolo, che si sentirà protetto e guidato.
Un altro consiglio pratico è anche quello di evitare che un genitore, o comunque un parente stretto del bambino si impegnino direttamente a insegnargli ad andare sott’acqua, o comunque è preferibile che non sia così, almeno per le primissime lezioni. La figura paterna o materna, o in ogni caso di un familiare, in genere non ha la stessa autorevolezza che può offrire la figura di un istruttore. E’ invece assolutamente importante che il familiare sia comunque presente durante l’addestramento, e se possibile anche direttamente in immersione, per rafforzare il senso di protezione e affettività che indubbiamente aumentano la tranquillità del bambino, ed anche il piacere nel condividere con i suoi cari questa nuova e affascinante avventura. Poi, certamente, in una fase successiva a quella iniziale, l’addestramento può essere continuato anche dal solo familiare, che comunque deve possedere esperienza e titolo per insegnare.

Un istruttore assiste una bambina nelle varie fasi della vestizione, per un’immersione da terra, dal montaggio dell’erogatore fino alla regolazione del cinghiaggio, aiutandosi con un suv di supporto. Entrare in mare da riva è sicuramente un approccio molto tranquillizzante per un giovanissimo sub.

L’addestramento di un bambino non deve mai prescindere dalla dimensione ludica e gioiosa dell’ambiente acquatico.

Va comunque tenuto presente che il bambino deve già dimostrare di avere una buona confidenza con l’acqua e con il nuoto, e di non aver problemi a immergere la testa e ad aprire gli occhi sott’acqua: caratteristica questa peraltro molto comune a piccoli che trascorrono le vacanze al mare o che frequentino una piscina fin dalla più tenera età. In ogni caso se questa necessaria acquaticità non è stata ancora ben raggiunta dal piccolo, non bisogna assolutamente forzare la mano. Anzi bisogna aiutarlo a sviluppare una maggiore confidenza con l’acqua, fino a quando la percepisce come un ambiente tranquillo e giocoso. Solo superata questa fase si può pensare ad avviarlo verso un’esperienza subacquea.

Per bambini che abbiano già maturato una buona acquaticità, da circa 10 anni in su, si può effettuare l’addestramento partendo già da un’imbarcazione. Nelle immagini un istruttore assiste un bambino nel montaggio e nel controllo del funzionamento dell’erogatore, nella pulizia della maschera e nel corretto assemblaggio dello schienalino prima dell’entrata in acqua.

Per quanto riguarda il luogo più adatto a far da teatro alle prime esperienze, sicuramente una piscina, costituisce la scelta migliore, per via dell’acqua ferma, calda e limpida, e per la ridotta profondità. Il bambino vi si potrà esercitare con assoluta tranquillità all’uso della maschera, imparando ad indossarla direttamente sott’acqua, a svuotarla, e poi di nuovo ad allagarla e a svuotarla. E’ questo l’aspetto più importante per sviluppare la necessaria acquaticità che richiede il primo approccio con l’ambiente subacqueo. Anche l’apprendimento della corretta tecnica del nuoto pinnato è molto facilitata nella calma di una piscina. E’ evidente che le stesse considerazioni valgono per le prime esperienze di respirazione con un erogatore e nell’uso di un imbrago con una bombola sulle spalle. Comunque quanto detto ovviamente vale anche in zone di mare o di un lago, sempre con acque ferme e limpide, e in bassa profondità.
Passiamo ora a considerare l’attrezzatura. Per quanto riguarda maschere e pinne il mercato offre tantissimi validi modelli per bambini anche a basso costo. Sulla maschera però bisogna porre particolare attenzione. L’adulto o l’istruttore che sia, deve ben assicurarsi dell’impermeabilità di un determinato modello sul piccolo viso del bambino, con la ben conosciuta tecnica di farla aderire creando un piccolo sottovuoto aspirando con il naso e non trattenendola con il cinghiolo. Una volta trovato il modello giusto, bisogna procedere a pulire molto efficacemente il vetro nella parte interna con un’energica passata di dentifricio e poi sciacquandolo con detersivo per i piatti, in modo da evitare il rapido appannamento, specialmente di una maschera nuova. Ovviamente va benissimo anche l’uso di uno specifico liquido antiappannante. Non bisogna mai sottovalutare questi due aspetti, perché per un bambino una maschera che si riempie facilmente d’acqua e un vetro che rapidamente si appanna, rendono l’esperienza subacquea una tortura e assolutamente non un piacere, confondendolo o addirittura spaventandolo. Altra componente fondamentale dell’attrezzatura è la muta. Tolte le prime eventuali esperienze in piscina, dove l’acqua è sempre calda e confortevole, quando poi si passa in mare o in un lago è inevitabile che il freddo si fa sentire anche nelle stagioni estive. Non bisogna dimenticare inoltre che la risposta termica del corpo di un bambino è ancora immatura, e non paragonabile a quella di un adulto, quindi risente del freddo in misura decisamente maggiore. Fortunatamente le industrie ne forniscono di varie taglie anche per le fasce d’età dagli 8 anni in su, con spessori di 3/5 mm, e a prezzi ragionevoli. 

l momento della pubblicazione di questo articolo risultano solo cinque modelli di gav adatti ai bambini disponibili sul mercato. Nella foto il Cressi Solid taglia XXS.

E’ comunque ben evidente che un bambino debba essere introdotto all’attività subacquea solo in situazioni ottimali e in acque temperate, quindi estive, per quanto riguarda il Mediterraneo, e a basse profondità, dove appunto quei spessori del neoprene sono adeguati. Le mute ovviamente durano poco, perché i bambini crescono e vengono poi passate ai fratellini o sorelline più piccole o agli amichetti. Cercare però di rimediare una muta usata va bene se aderisce perfettamente al corpo del piccolo, ma se troppo larga, lasciando circolare molta acqua al suo interno, non assolve alla sua funzione e gli farà sentire sicuramente freddo.
Riguardo all’erogatore l’unica osservazione da fare è quella delle dimensioni del boccaglio. Oggi mediamente quelli montati sui secondi stadi più recenti sono di dimensioni contenute e non creano problemi, altrimenti basta sostituirli facilmente con modelli più piccoli, acquistabili con pochi euro.

Per quanto riguarda il gav, non tutte le aziende offrono modelli con misure adatte ai bambini. Le scelte quindi possono essere orientate solo sui cinque che al momento della pubblicazione di questo articolo ci risultano reperibili sul mercato, e che riportiamo: Cressi Solid taglia XXS, Scubapro Rebel Kids, Mares Scuba Ranger/Junior Explorer, Beuchat Dive Junior, SEAC Smart XXS. Bisogna tener presente che un gav non perfettamente aderente, e quindi eccessivamente grande, squilibrerà inevitabilmente il bambino che fallirà sicuramente ogni tentativo di giusto assetto. Se non se ne può disporre: circostanza piuttosto frequente, anche in considerazione del costo, che non può essere molto economico, perché sono del tutto uguali a quelli per adulti, solo che di taglie più piccole, si può tranquillamente utilizzare un semplice imbrago senza camera d’aria, come si usavano tanti anni fa, quando i gav non esistevano. Tale soluzione ovviamente va bene per profondità irrisorie e calibrando bene la zavorra, in modo da rendere il bambino solo leggermente negativo, ma in grado comunque di nuotare senza fatica e poter provare la respirazione subacquea. Poi quando sarà un pò più grande si passerà ad un gav tradizionale.

Un giovane sub procede a togliersi la maschera sott’acqua, per poi rindossarla e svuotarla. Questo è uno degli esercizi fondamentali per sviluppare acquaticità e sicurezza in immersione.

Riguardo alle bombole da utilizzare, una da 5 litri in acciaio è la scelta migliore, soprattutto per i più piccoli e per le basse profondità in cui vengono accompagnati; se invece il bambino è già attorno ai 10 anni e di struttura fisica ben sviluppata, si può optare per una 10 litri. Esistono anche da 7 litri in acciaio, e sarebbero un ottimo compromesso, ma sono molto poco diffuse. Si consiglia di evitare in ogni caso le bombole in alluminio, perché hanno maggiore galleggiabilità rispetto all’acciaio e richiedono più zavorra sul corpo del bambino.
Per concludere ribadiamo ancora una volta il concetto che entusiasmare un bambino accompagnandolo alla scoperta dell’affascinante mondo subacqueo, può essere molto facile da un punto di vista emotivo, ma è altrettanto facile traumatizzarlo con azioni forzate e non ben ponderate che invece possono allontanarlo dall’ambiente acquatico nel quale sarà poi difficile farlo tornare.

Il parere del medico subacqueo e iperbarico
Intervista al Dott. Pasquale Longobardi

E’ sicuramente uno dei nomi più conosciuti e stimati a livello internazionale nel campo della medicina subacquea e iperbarica; sempre dedito e impegnatissimo nel continuo studio e aggiornamento della materia, e nell’attività quotidiana sul campo quale direttore sanitario del CIR Centro Iperbarico di Ravenna. Il Dott. Longobardi è attualmente vicepresidente, e già presidente, della SIMSI. E’ anche un grande appassionato di immersioni tecniche a cui dedica gran parte del tempo libero che gli lasciano i suoi numerosi impegni. Come medico e come padre ha sempre prestato la massima attenzione agli aspetti riguardanti i primi approcci fisici e psichici di un bambino al mondo acquatico e alle prime esperienze nell’attività subacquea. Sentiamo quindi il suo parere.

Ho potuto osservare negli ultimi anni, sia come medico specializzato nella materia, e sia come subacqueo praticante, che si sta verificando un progressivo aumento dell’interesse dei bambini e di molti genitori verso il mondo subacqueo. I motivi sono tanti, ma sostanzialmente sintetizzabili nel forte richiamo che la bellezza e il fascino dell’ambiente marino esercita sui piccoli, anche stimolati da un’educazione scolastica sempre più orientata a diffondere sensibilità e conoscenza ecologica fin dalle prime fasce d’età, e anche nella funzione educativa e terapeutica che una visione ambientale e culturale sempre più moderna dei genitori attribuisce all’esplorazione del mondo che si sviluppa sotto la superficie del mare. Fenomeno ovviamente molto positivo, ma che impegna istruttori e medici a rispondere a una serie di domande sull’età più adeguata per poter iniziare l’attività subacquea, sui prerequisiti fisici e psicologici necessari e sulla sicurezza del giovanissimo sub. La medicina ufficiale non dispone di una vasta letteratura sull’argomento e gli studi pubblicati negli ultimi 10 anni possono essere ridotti sostanzialmente ai cinque che ho riportato nella bibliografia alla fine di questa intervista, e di cui riporto in sintesi i contenuti dei tre più significativi: lo spagnolo Cilveti del 2015, l’olandese Buwalda del 2020 e il tedesco Rixen del 2024, assieme alle mie esperienze, ai miei studi e alle mie considerazioni professionali, da me condivise anche con il gruppo di lavoro che coordino nel settore sia operativo che sperimentale dell’immersione subacquea.

Prima di tutto occorre considerare la differenza anatomica e fisiologica di un bambino rispetto ad un adulto nella fascia di età che va dagli 8 ai 12/13 anni, che come vedremo più avanti, è quella in cui è possibile iniziare a praticare l’immersione. Queste differenze, che possono essere rilevanti, riguardano vari organi, tra cui le vie aeree ed in particolare l’apparato polmonare ancora in fase di sviluppo, e quindi incompleto e più stretto rispetto a quello di un adulto; inoltre il bambino presenta una maggiore reattività bronchiale, ossia un’eccessiva sensibilità dei bronchi a stimoli che normalmente non dovrebbero causare problemi, e che invece possono portare potenzialmente ad un broncospasmo, con sintomi ad esempio come tosse o affanno. Anche l’apparato otorinolaringoiatrico è in fase di sviluppo e risulta meno elastico, e quindi può essere meno immediatamente rispondente alla manovra della compensazione, e quindi più soggetto ai danni di un barotrauma. Da un punto di vista strettamente fisiologico c’è inoltre da considerare l’immaturità del sistema termoregolatorio che ancora non riesce a reagire adeguatamente alla sensibile riduzione della temperatura dell’acqua durante un’immersione, come avviene invece in un adulto; ne consegue che un corpo giovanissimo è più soggetto ad avvertire la sensazione del freddo e di conseguenza è più esposto al rischio di ipotermia.

In ogni caso, prima di approfondire l’argomento, il mio dovere di medico mi impone di elencare sia le controindicazioni assolute che purtroppo non consentono l’attività subacquea di un bambino, e sia quelle che invece vengono considerate relative, e che possono essere limitative per la pratica dell’immersione nella misura valutata, caso per caso, in sede diagnostica. Tali controindicazioni vengono riportate in maniera esaustiva in particolare nello studio spagnolo Cilveti, pubblicato nel 2015, e da me pienamente condivise.

Iniziamo con l’apparato respiratorio, dove tra le controindicazioni assolute troviamo: l’asma bronchiale o respiro sibilante ricorrente nei bambini sotto i 12 anni, la fibrosi cistica con coinvolgimento polmonare, le infezioni acute delle vie respiratorie, la pneumonite interstiziale, le cisti polmonari o le lesioni enfisematose, il pneumotorace primario, la pneumopatia interstiziale, inclusa la sarcoidosi, la tubercolosi polmonare e la bronchiolite obliterante. Invece tra le controindicazioni relative, sempre dell’apparato respiratorio, dobbiamo considerare: l’asma controllata nei bambini sopra i 12 anni con valori normali di spirometria basale e test da sforzo negative, una precedente toracotomia, e un pneumotorace traumatico.

Per quanto riguarda il sistema cardiovascolare, tra le controindicazioni assolute, dobbiamo considerare: l’ipertensione arteriosa polmonare, la sindrome di Marfan, la cardiomiopatia ipertrofica, la displasia del ventricolo destro, i difetti settali con ripercussioni emodinamiche, le aritmie: WPW, sindrome del QT lungo, sindrome di Brugada e blocchi AV di II e III grado, l’uso di un pacemaker, l’insufficienza cardiaca destra e un’avvenuta sincope di origine sconosciuta (per almeno sei mesi). Invece le controindicazioni relative, sempre per il sistema cardiovascolare possono essere: il dotto arterioso pervio, la stenosi della valvola aortica con gradiente <25 mmHg, l’insufficienza aortica di grado I e II, la stenosi della valvola polmonare con gradiente <40 mmHg, l’insufficienza mitralica, e la sindrome di WPW trattata con ablazione (dopo 12 mesi).

Per quanto riguarda le condizioni otorinolaringoiatriche, riporterei solo le controindicazioni assolute come: l’otite media acuta e cronica, la disfunzione acuta o cronica della tuba di Eustachio, la restrizione cronica della ventilazione dei seni nasali, la sinusite cronica e la papillomatosi laringea.

Altre controindicazioni assolute sono da considerare: una di tipo endocrinologico, relativa alla presenza di diabete mellito con scarso controllo glicemico, e un’altra di tipo psichiatrico, che può riguardare un eventuale disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ed anche nel caso in cui il soggetto presenti significativi disturbi di panico.

Per poter avviare quindi con la necessaria tranquillità un bambino all’attività subacquea, dopo aver valutato, eventualmente con un parere medico, una condizione psico fisica che escluda le patologie sopraindicate, va scelto un istruttore con specifica esperienza e passione; e qui oltre che da medico parlo anche da padre. Deve essere persona di comprovata affidabilità e pazienza, in grado di entrare in empatia con il piccolo, e di sapergli trasmettere, oltre alle necessarie conoscenze tecniche, anche l’emozione della scoperta del meraviglioso mondo subacqueo, e conquistare così la sua fiducia; questo rapporto con l’istruttore è condizione importantissima per infondere da subito nel bambino un imprescindibile senso di sicurezza nel contatto con l’acqua e stimolare la sua curiosità. Ovviamente la formazione degli istruttori è un fattore cruciale: devono conoscere la fisiologia pediatrica, saper riconoscere segnali precoci di stress, comunicare in modo semplice e rassicurante. Anche la funzione dei genitori è molto importante; devono essere possibilmente presenti e collaborare, senza pressioni però sulle performance.

Come ho già specificato, l’età per iniziare può anche essere di soli 8 anni, ma è fondamentale la maturità emotiva e cognitiva del bambino, e che l’attività subacquea debba essergli trasmessa dall’adulto come gioco e scoperta. Sicuramente è importante insistere inizialmente sul nuoto pinnato con maschera e boccaglio e stimolare il piccolo a effettuare i primi esercizi di apnea, che gli consentono di raggiungere una piena acquaticità.

Ritengo interessante riportare gli esiti dello studio del cardiologo pediatrico tedesco Rixen, che ho già citato, pubblicato nel 2024, ed effettuato su un campione di 25 bambini, di cui 21 femmine, tra i 6 e i 12 anni. Sono stati sottoposti a delle apnee fino a 75 secondi, prima a secco, poi immergendo solo il capo in un catino e poi con il corpo completamente immerso in piscina. In sintesi il risultato è stato che fuori dell’acqua non sono state registrate particolari variazioni fisiologiche, mentre sia con la testa immersa nel catino, sia con il corpo interamente immerso, è stata registrata una reazione uguale a quella riscontrata negli adulti, detta riflesso d’immersione, ossia una riduzione della frequenza cardiaca del 27-28% (braticardia), senza calo significativo della saturazione di ossigeno, e una vasocostrizione periferica con circolazione sanguigna che privilegia gli organi nobili, cuore e cervello, fortemente dipendenti dall’ossigeno. E’ stato inoltre osservato, come negli adulti, che tali reazioni fisiologiche influenzano anche il sistema neurovegetativo, ed in particolare si attiva il nervo vago che induce a una calma profonda. Tali osservazioni scientifiche contribuiscono anche a spiegare e ad interpretare la positiva reazione emotiva che registriamo in un bambino alle prime esperienze subacquee dovuta al silenzio ovattato, alla luce che cambia, alla sensazione di galleggiamento. È un momento di scoperta e stupore profondo che stimola la consapevolezza corporea, l’autostima, la coordinazione motoria, la gestione del respiro, la scoperta dell’ambiente. Il mare attiva emozioni ancestrali: esplorazione, connessione, fiducia. La prima esperienza sott’acqua, anche se effettuata in un modesto fondale, resta per sempre nella sua memoria emotiva.

Da un punto di vista pratico, è bene che le primissime esperienze di un bambino vengano effettuate in acqua limpida e calma, e con una profondità tranquillizante di circa un paio di metri, in modo che il fondale gli appaia bene in vista. Inoltre, per aumentare i margini di sicurezza, è altamente consigliabile che ad accompagnarlo in acqua, oltre all’istruttore, ci sia anche un secondo subacqueo brevettato. In queste condizioni, già da 8 anni, si può procedure a fargli provare la respirazione da un erogatore, ma il vero addestramento va iniziato dall’età di 10 anni in poi, e la profondità iniziale non deve superare i 5 metri. Poi ovviamente con il crescere dell’esperienza e dell’età si può arrivare progressivamente ai 10 metri. Mi soffermerei inoltre a osservare che non è consigliabile inserire un bambino, anche se già addestrato e accompagnato da un adulto, e comunque di circa 10 anni o poco più, in un’uscita diving con 4 o 5 altri sub. La logica organizzativa di un’immersione di gruppo, e di un diving center, dove comunque verrebbe considerato un cliente, ritengo non sia in linea con eventuali rischi e imprevisti che l’esperienza dell’attività subacquea ci insegna, possono verificarsi. E’ bene quindi, come ho già osservato, che l’immersione sia esclusivamente dedicata a lui dai suoi accompagnatori.

Concludo confermando che le osservazioni di cui ho trattato, peraltro condivise, come ho già detto, con gli studi pubblicati in materia, corrispondono anche a quanto emerso in una conferenza di consenso per sindrome da sommersione tenuta dalla OMS Organizzazione Mondiale della Sanità, e che riguardava anche i bambini. Tali contenuti costituiscono le linee guida a cui si riferiscono i regolamenti delle didattiche che prevedono un percorso addestrativo per i bambini.”

Bibliografia:

  1. Feige S, Peter S, Weickmann J, et al. Physiologic response to distance diving in healthy children and young adults. Front Sports Act Living. 2025;7:1515674.

  2. Rixen M, Weickmann J, Gebauer RA, et al. First real-life data on the diving response in healthy children. Pediatr Cardiol. 2024;45(2):314–322.

  3. Buwalda M, Querido A, van Hulst R. Children and diving: a guideline. Diving Hyperb Med. 2020;50(4):399–404.

  4. KT Position Statement. I bambini e la subacquea. SUHMS. 2019.

  5. Edmonds C, Bennett M, Lippmann J. Diving and Subaquatic Medicine. 5th ed. CRC Press; 2015.

  6. Cilveti R, Osona B, Peña JA, Moreno L, Asensio O, en representación del Grupo de Técnicas de la Sociedad Española de Neumología Pediátrica. Buceo en la edad pediátrica: fisiología, riesgos y recomendaciones. An Pediatr (Barc). 2015;83(6):410-416.

Il parere del fisiatra
Intervista al Dott. Francesco Fontana

In quest’articolo dedicato ai piccoli subacquei non poteva mancare la parola del Dott. Francesco Fontana, medico fisiatra, nonché medico subacqueo e iperbarico, e oltretutto condirettore de La Marea Magazine e membro del consiglio direttivo della SIMSI. Oltre alle sue competenze professionali, è anche un appassionato istruttore subacqueo e presidente del Circolo Cesena Blu, che vanta una lunga tradizione nell’avviare i giovanissimi aspiranti sub a provare l’emozione di immergersi sotto la superficie dell’acqua. Sentiamo quindi il suo pensiero sull’argomento.

“Innanzitutto ritengo fondamentale rispettare una progressione di esperienze da trasmettere al bambino in funzione della sua età. I primi rudimenti del nuoto con maschera e pinne possono essere insegnati già a 5 o 6 anni, tanto per stimolare e sviluppare nel piccolo il senso dell’acquaticità; l’importante è che viva tutto ciò come un gioco, senza nessuna imposizione o forzatura. Poi già a circa 8 anni si può provare a fargli usare un erogatore appena sotto la superficie, ma solo come esperienza poco più che ludica, spiegando solo i fondamenti della respirazione subacquea. Successivamente, e direi finalmente, ritengo che attorno ai 10 anni, lo sviluppo mentale, cognitivo e fisico di un bambino, possa consentire di avviarlo ad un vero e proprio addestramento all’immersione, affrontando anche aspetti teorici più articolati, ma basilari, come le leggi fisiche del mare; ad esempio la legge di Archimede e la legge di Boyle e Mariotte, che il giovanissimo apprendista sub può comprendere compiutamente e sperimentare sul suo corpo. Certo, il tutto va sempre spiegato con un linguaggio adeguato all’età e limitatamente agli argomenti essenziali, ma ovviamente necessari a comprendere gli effetti del mondo acquatico sul corpo umano. I 10 anni ritengo siano comunque un’indicazione di massima, perché in quella fascia di età il grado di maturità può variare molto da individuo a individuo, e questo riguarda anche la struttura fisica. La valutazione quindi dell’opportunità o meno di iniziare ad avviare un bambino all’attività subacquea, sta al buon senso dei genitori e dell’istruttore. In questo mi sento di consigliare vivamente solo persone di cui ben si conosce la provata esperienza con allievi di età giovanissima, e che lo facciano con una buona dose di pazienza e tanta passione, come, ho l’orgoglio di affermare, ne abbiamo nel nostro circolo Cesena Blu.


A parte, come detto, le primissime esperienze attorno agli 8 anni, quando si inizia un vero e proprio addestramento attorno ai 10 anni, è importantissima la scelta delle attrezzature. Premetto che in qualità di medico fisiatra attribuisco comunque notevole importanza a questo aspetto per tutti i subacquei di ogni età, e considero che anche un apparentemente piccola differenza tra un modello e l’altro, di gav, mute, pinne, maschere ed erogatori, e sempre un altrettanto piccola differenza nel modo di indossare o di utilizzare queste componenti, può invece essere molto influente per il comfort durante l’immersione, e di conseguenza per ridurre l’affaticamento. Figuriamoci nel caso di un bambino alle prime esperienze. Una discesa sott’acqua sbilanciata, faticosa e confusa, potrebbe facilmente trasformarsi in uno stato di ansia e disagio che lo allontanerebbe subito dall’idea di continuare questa traumatica esperienza. L’approccio invece deve essere molto confortevole; il piccolo neofita deve provare da subito il piacere della scoperta dell’assenza di peso: un obiettivo che si raggiunge solo utilizzando l’attrezzatura giusta. E questo potrebbe essere un problema pratico non da poco, perché le aziende producono misure dedicate a bambini o comunque a ragazzi molto giovani, solo limitatamente a pinne, maschere e mute. Invece per quanto riguarda il gav, che è una delle componenti assolutamente fondamentali per l’attività subacquea, la disponibilità di modelli dedicati è davvero limitata. Ci si deve quindi adattare.


Anche la scelta dell’erogatore riveste grande importanza, ma non desta particolari problemi. E’ sufficiente utilizzare un modello a basso sforzo inspiratorio, considerando che lo sviluppo dell’apparato respiratorio a quell’età non è ancora pienamente compiuto, e quindi il bambino fa più fatica rispetto ad un adulto nel rifornirsi d’aria. Fortunatamente oggi il livello tecnico degli erogatori, anche di prima fascia, erogano aria più che a sufficienza per questo utilizzo, oltretutto se adoperati a basse profondità. Invece bisogna porre attenzione alle dimensioni del boccaglio, che ovviamente deve essere piccolo, altrimenti risulterebbe scomodissimo fino a trasformarsi in uno scomodo e doloroso strumento di tortura per i giovani muscoli della mascella e per le mucose. Anche in questo caso, i boccagli di ultima generazione, molto più ortodontici rispetto a quelli di solo alcuni anni addietro, sono in genere ben sopportati dalla bocca di un bambino. Comunque è questa una componente che si può facilmente sostituire su qualsiasi modello.


Veniamo ora agli aspetti che riguardano proprio il contatto con l’acqua. Da medico fisiatra non mi stanco mai di ripetere, ancora una volta, e fino alla noia, che tutta l’attrezzatura deve essere assolutamente a misura e ben calibrata sul corpo, e questo potrebbe essere un problema perché i genitori, giustamente, prima di spendere soldi in un’attrezzatura definitiva, cercano di far fare le prime esperienze con pinne, maschere, mute e gav, riciclati in genere da altri bambini, ormai cresciuti, e non sempre le misure sono quelle giuste. Insistere quindi con componenti troppo larghi o troppo stretti, trasformati in scomodi strumenti di “tortura”, significa inevitabilmente far fallire ogni speranza di successo nell’addestramento subacqueo.
Per quanto riguarda la bombola direi che il classico 5 litri in acciaio, facilmente reperibile, sia l’ideale per la fascia di età di 8 – 10 anni. Ha anche un peso accettabile per il bambino. E questo è un altro aspetto che ritengo importante, ossia che il piccolo sia in grado di spostare autonomamente l’attrezzatura fuori dell’acqua, con il giusto impegno muscolare, abituandosi alla necessaria fisicità che richiede l’immersione subacquea, comunque senza sforzi eccessivi. La proporzione giusta è che il peso di tutta l’attrezzatura sia inferiore di circa il 15/20% del peso del bambino. L’importante è di tenere sempre presente di non sovraccaricare mai la colonna vertebrale. Per questo è bene che il gav deve essere indossato solo al momento dell’immersione. Un’altra accortezza è quella di distribuire in maniera molto equilibrata la zavorra, sempre sui due fianchi e possibilmente privilegiando l’inserimento dei piombi nelle tasche del gav rispetto alla cintura”.

Il parere di Stefano Torti
Responsabile della didattica NADD Global Diving Agency.

L’età in cui un bambino può iniziare l’attività subacquea, ritengo, dipenda da tre elementi fondamentali: maturità individuale, ambiente in cui si opera e struttura del percorso formativo. Per questo, come NADD, abbiamo scelto un approccio graduale, che accompagna i più giovani con attenzione pedagogica e forte presenza dell’istruttore e dei genitori. Riteniamo che l’età per iniziare a coinvolgere i bambini nell’attività subacquea possa essere in alcuni casi dagli 8 ai 9 anni con esperienze introduttive e controllate, che abbiamo previsto in uno specifico programma definito Baby Dolphin, pensato per far esplorare l’acqua in modo sicuro e protetto. Tale percorso prevede delle attività in acqua confinata con profondità limitatissima, sempre con la costante supervisione dell’istruttore; il tutto contenuto in una didattica scritta appositamente per i bambini nel Manuale Baby Dolphin Diver, con linguaggio semplice e contenuti calibrati che coinvolgono attivamente anche i genitori. In questa fase l’obiettivo non è “formare subacquei”, ma educare all’ambiente marino, alle regole di sicurezza e all’autocontrollo, in un contesto ludico e familiare. Al piccolo viene rilasciato uno specifico attestato di partecipazione, che ovviamente non è un brevetto abilitativo.

La fase successiva, quindi per la fascia di età dai 10 ai 14 anni, prevediamo un percorso formativo più strutturato, che definiamo Junior Open Water Diver, con rilascio di un primo brevetto. Le nostre norme e procedure prevedono un’età minima di 10 anni per la partecipazione al corso, e una profondità massima di addestramento di 10 metri per i bambini nella prima fascia d’età dai 10 agli 11 anni, nonché una profondità massima di 18 metri per la fascia dai 12 ai 14 anni. Ovviamente la partecipazione avviene solo previa autorizzazione scritta dei genitori e le esercitazioni prevedono sempre la presenza costante e diretta di un istruttore. È importante precisare che una volta conseguito il brevetto Junior Open Water Diver, il ragazzo è abilitato a immergersi solo in compagnia di un compagno adulto brevettato. Questa nostra impostazione didattica è coerente con le raccomandazioni delle società scientifiche di medicina subacquea, che indicano come la percezione del rischio, la gestione dello stress e l’elaborazione delle informazioni migliorino sensibilmente dai 10–12 anni in poi.
Nell’addestramento di un giovanissimo sub è poi fondamentale il ruolo e soprattutto il coinvolgimento dei genitori, aspetto questo cui NADD attribuisce grande importanza.
Per i minori sotto i 12 anni, le nostre norme richiedono esplicitamente infatti che un genitore partecipi alle lezioni teoriche o allo studio sulla piattaforma e-learning, e che supporti il bambino nella comprensione dei comportamenti da tenere in immersione per la sicurezza.
Crediamo infatti che quando la famiglia è coinvolta, i bambini vivono l’esperienza in modo molto sereno e possono così sviluppare un rapporto responsabile con il mare: una formazione quindi costruita su sicurezza, gradualità e pedagogia.
In NADD, con la passione e l’attenzione alla qualità che contraddistingue le nostre attività, abbiamo dedicato energie e risorse anche ai sistemi didattici specifici per i bambini inserendoli in un progetto ampio e strutturato che parte da lontano. Ci tengo a precisare infatti che il nostro materiale didattico dedicato ai bambini non è un semplice adattamento dei manuali per adulti, ma nasce da un lavoro specifico nel quale abbiamo dedicato particolare attenzione nel dotarlo di illustrazioni chiare, di spiegazioni semplici dei concetti legati all’acqua, alla temperatura, alla respirazione e alla compensazione, nonché di supporti all’apprendimento, particolarmente studiati per i piccoli tramite quiz, e anche tramite una piattaforma digitale semplificata, prevedendo anche attività condivise con i genitori.
In conclusione, ritengo che i bambini possano avvicinarsi alla subacquea già in giovane età, ma solo all’interno di un programma ben strutturato, con limiti adeguati e con la presenza di professionisti qualificati e appassionati. L’esperienza deve essere prima di tutto sicura, educativa e piacevole, perché è da queste basi che nasceranno i subacquei consapevoli di domani.
NADD oggi è una realtà affermata e riconosciuta a livello internazionale che vanta un’ampia rete di istruttori, guide, diving center, scuole subacquee, tecnici ed operatori del settore. Nasce a metà degli anni ottanta; inizialmente sviluppa in Italia, da pioniere, un progetto completo sui sistemi didattici, e sui corsi di acquaticità, nuoto, snorkeling e subacquea per le persone con disabilità, dimostrandone a tutti la fattibilità.
Le grandi competenze maturate da un’esperienza articolata e complessa come la formazione di subacquei disabili gettano solide basi per lo sviluppo di un progetto più ampio; da qui la nascita di un’organizzazione di addestramento subacqueo rivolta a tutti, unica nel suo genere per storia e competenze tecniche, motivazione e passione per una subacquea di qualità e sempre più inclusiva. Negli anni seguenti NADD vive una grande diffusione e, grazie all’impegno dei numerosi esperti professionisti del training subacqueo che la compongono, si sviluppa notevolmente.
NADD, forte delle sue radici, ha creato un ampio e solido gruppo internazionale che opera con successo nell’industria subacquea, sviluppa ricerca ed innovazione e, inoltre, continua a sostenere la subacquea e il nuoto per le persone con disabilità tramite la divisione HSA Italia – Handicapped Scuba Association International.
www.naddeurope.com

Il parere dell’istruttrice subacquea Fulvia Lami,
Presidente dell’agenzia didattica SNSI.

La SNSI Scuba and Nitrox Safety International, è un’agenzia di formazione dell’attività subacquea nata in Italia nel 1995 su iniziativa di Umberto Pepoli, uno dei migliori e storici istruttori che negli ultimi cinquanta anni hanno più contribuito a promuovere e qualificare lo sport subacqueo, sia in Italia che all’estero. Attualmente SNSI è anche membro della RSTC Recreational Scuba Training Council, ed è una delle agenzie in assoluto più attente alla diversificazione e completezza della formazione; è anche tra le più dotate di ottimo materiale didattico, molto completo e articolato, e in continuo aggiornamento, che spazia dai manuali cartacei ai supporti digitali e video. Abbiamo quindi voluto sentire sul tema dell’addestramento dei bambini la presidente Fulvia Lami, istruttrice e formatrice molto preparata e di grande esperienza.

“Il discorso dei bambini e’ piuttosto delicato perché affrontato poco o niente sotto tutti i punti di vista. Quello che noi facciamo è avere standard più restrittivi sulla ratio allievi/istruttore quando è presente un bimbo in una classe. Ma la cosa più importante è la sensibilizzazione degli istruttori a valutare l’età fisiologica del ragazzino o ragazzina. Ci sono bambini che a 10 anni ne dimostrano 15 e altri che a 10 anni ne dimostrano 7. La loro crescita fa una grande differenza, per cui l’ultima parola se accettare o meno un bimbo ad un corso Junior Open Water Diver deve farla l’istruttore, valutando se la struttura fisica e mentale del partecipante è adeguata all’attività subacquea. Ovviamente questo discorso è piuttosto complicato e non può essere chiaramente e facilmente inquadrato in specifiche normative di ammissibilità o meno, perché si entrerebbe anche nel campo delle responsabilità; e così non esistendo per l’istruttore criteri di valutazione ben definiti e oggettivi, è impossibile creare uno standard. Per il docente, quindi, è una decisione affidata all’esperienza e al buon senso, che talvolta manca invece nei genitori.
La mia opinione personale è che abbiamo tutta la vita per immergerci, quindi non forzerei la mano. Diamo tempo al tempo. Tutto deve avvenire progressivamente, con gioia e partecipazione emotiva, e mai come un’imposizione. Per un bimbo un corso sub può essere un’avventura elettrizzante, ma anche, se forzato, traumatizzante. Può invece iniziare a fare snorkeling e divertirsi, ad esempio, a fare le bolle insieme con l’istruttore poco sotto la superficie; così può acquisire progressivamente familiarità con l’ambiente acquatico, in attesa di essere cresciuto abbastanza per comprendere con un po più di maturità le basilari leggi fisiche del mare, ed anche per poter meglio sostenere fisicamente il peso di bombola e zavorra.
Comunque gli standard della nostra didattica prevedono l’ammissibilità dall’età di 10 anni per tre diversi livelli di addestramento. Il primo, SNSI Scuba Experience, è solo un approccio al mondo subacqueo, e non un vero e proprio corso, appunto come semplice esperienza, e fino alla profondità massima di 8 metri. Viene rilasciato solo un attestato di partecipazione, ma non un brevetto. Il secondo invece, SNSI Junior Scuba Diver, per un’età compresa tra 10 e 14 anni, prevede un rilascio di un primo brevetto che abilita il ragazzo ad immergersi fino alla profondità di 12 metri, ma solo con la presenza di un Dive Leader. Il terzo, SNSI Junior Open Water Diver, è il corso con brevetto che apre più compiutamente le porte del mondo subacqueo, ed abilita ad immergersi con un compagno adulto certificato Open Water Diver o superiore, fino alla profondità di 12 metri per ragazzi dai 10 fino ai 12 anni, e fino a 18 metri per ragazzi dai 13 fino ai 14 anni. Ovviamente, ripeto, sarà l’istruttore a valutare l’opportunità o meno di inserire il ragazzo o la ragazza in un determinato percorso di addestramento in base al grado di maturità psico fisica e cognitiva dello stesso.
www.scubasnsi.com

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