Donne e decompressione: il sesso biologico modifica il rischio?

Francesca Maria Marziano
Dott.ssa Francesca Maria Marziano

La partecipazione femminile alla subacquea ricreativa, tecnica e professionale è progressivamente aumentata negli ultimi decenni. La ricerca in medicina subacquea, tuttavia, si è sviluppata storicamente su popolazioni prevalentemente maschili, lasciando ancora aperte molte domande sulle possibili differenze legate al sesso biologico.

Uomini e donne rispondono allo stesso modo allo stress decompressivo?

La risposta non è semplice. Il rischio di malattia da decompressione (MDD) deriva infatti dall’interazione tra caratteristiche dell’esposizione, fisiologia individuale, composizione corporea, funzione vascolare, stato ormonale, termoregolazione e comportamento.

Nuove evidenze: il sesso femminile come fattore indipendente di rischio?

Per molti anni gli studi sulla relazione tra sesso biologico e MDD hanno fornito risultati contrastanti. Alcuni lavori avevano suggerito una maggiore suscettibilità femminile, mentre altre osservazioni non avevano mostrato differenze significative.

Le evidenze più recenti, tuttavia, meritano particolare attenzione.

Un’ampia analisi del database DAN Europe Diving Safety Laboratory , inizialmente presentata al Congresso EUBS di Brest nel 2024 e pubblicata da Marroni e collaboratori nel 2026, ha analizzato 127.957 immersioni effettuate da 5.907 subacquei .

La MDD si è verificata nell’ 1,25% delle immersioni effettuate da donne , rispetto allo 0,38% di quelle effettuate da uomini : una frequenza circa 3,29 volte superiore.

Ancora più interessante è il risultato dell’analisi multivariata. Dopo aver considerato numerose variabili relative al profilo decompressivo, al subacqueo e all’immersione, il sesso femminile rimaneva indipendentemente associato alla MDD, con un odds ratio di 4,63 .

Questo non significa che ogni donna abbia individualmente un rischio 4,63 volte superiore rispetto a ogni uomo. Uno studio osservazionale permette di identificare associazioni, non di dimostrarne il meccanismo causale. Il risultato indica però che, in questa ampia popolazione di immersioni reali, l’associazione tra sesso femminile e MDD non scompariva dopo l’aggiustamento per numerosi altri fattori.

La domanda diventa quindi ancora più interessante: che cosa potrebbe rendere diversa la risposta femminile alla decompressione?

Più MDD, ma non necessariamente più bolle

Uno degli aspetti più affascinanti emerge confrontando questi dati con gli studi sugli emboli gassosi venosi (VGE).

Se una maggiore incidenza di MDD fosse semplicemente legata a una maggiore produzione di bolle, ci si aspetterebbe un carico di VGE più elevato nelle donne. Alcuni studi sperimentali hanno invece osservato il contrario.

Nel lavoro di Boussuges e collaboratori, 52 uomini e 52 donne sottoposti allo stesso profilo di immersione a 35 metri mostrarono una produzione di bolle significativamente maggiore negli uomini. Il KISS score mediano era 6,77 negli uomini e 0,91 nelle donne .

Si delinea quindi un apparente paradosso: le evidenze epidemiologiche più recenti indicano una maggiore associazione tra sesso femminile e MDD, mentre alcuni studi controllati mostrano una minore produzione di VGE nelle donne.

I VGE rappresentano infatti un importante marker di stress decompressivo, ma non coincidono con la malattia clinica. Subacquei con elevati bubble grade possono rimanere completamente asintomatici, mentre una MDD può manifestarsi anche con un carico di bolle relativamente modesto.

La fisiopatologia moderna considera inoltre la bolla non soltanto come un ostacolo meccanico alla perfusione. L’interazione tra bolle ed endotelio può innescare disfunzione endoteliale, attivazione leucocitaria e piastrinica, fenomeni infiammatori e alterazioni della microcircolazione.

Si apre quindi un’ipotesi particolarmente interessante: non necessariamente più bolle nelle donne, ma forse una diversa risposta biologica alle bolle .

Al momento si tratta di un’ipotesi, non di un meccanismo dimostrato. Ormoni sessuali, funzione endoteliale, reattività vascolare, risposta infiammatoria, perfusione e composizione corporea potrebbero contribuire a questa diversa suscettibilità.

Composizione corporea e ormoni

Le donne presentano mediamente una maggiore percentuale di tessuto adiposo e una minore massa magra rispetto agli uomini. Poiché l’azoto è più solubile nei tessuti ricchi di lipidi, è stato ipotizzato che queste differenze possano influenzarne assorbimento ed eliminazione. Le analisi disponibili suggeriscono tuttavia una cinetica complessa e non consentono di tradurre direttamente la maggiore quota adiposa in un aumento del rischio clinico.

Un’altra variabile potenzialmente importante è lo stato ormonale .

Estrogeni e progesterone influenzano tono vascolare, volume plasmatico, permeabilità capillare, termoregolazione e risposta infiammatoria. Alcuni studi hanno inoltre osservato una distribuzione non uniforme dei problemi legati all’immersione e dei casi di MDD durante il ciclo mestruale, con una maggiore frequenza nelle prime fasi del ciclo in alcune popolazioni.

Le evidenze non sono però sufficienti per identificare specifiche fasi del ciclo come “sicure” o “a rischio”, né per raccomandare modifiche routinarie dei profili decompressivi.

Il messaggio più importante è piuttosto metodologico: lo stato ormonale dovrebbe essere considerato una variabile rilevante nei futuri studi sulla fisiologia decompressiva femminile .

Anche il freddo può contare

La termoregolazione rappresenta un altro possibile elemento di differenza.

Distribuzione del tessuto adiposo, massa muscolare e risposta vasocostrittrice periferica possono modificare la perfusione dei tessuti durante l’immersione. Una marcata vasocostrizione nella fase di risalita e post-immersione potrebbe teoricamente rallentare l’eliminazione dell’inerte da alcuni compartimenti.

Anche in questo caso non esiste un singolo fattore capace di spiegare il rischio: temperatura, perfusione, composizione corporea e produzione metabolica di calore devono essere considerate nel loro insieme.

Fisiologia, comportamento e attrezzatura

Il rischio decompressivo non dipende esclusivamente dalla fisiologia.

Alcuni studi suggeriscono che le donne tendano mediamente ad adottare profili più conservativi e una maggiore aderenza alle procedure di sicurezza. Questi dati vanno però interpretati con cautela, evitando di trasformare tendenze statistiche in caratteristiche individuali.

Anche l’ergonomia dell’attrezzatura può avere un ruolo. Gran parte dell’equipaggiamento subacqueo è stato storicamente sviluppato sulla morfologia maschile; un fit non adeguato può aumentare affaticamento, carico di lavoro e difficoltà nella gestione dell’assetto.

Fisiologia, comportamento e ambiente risultano quindi strettamente interconnessi.

E la gravidanza?

La gravidanza rappresenta una situazione distinta. Le modificazioni cardiovascolari, respiratorie ed emocoagulative materne possono modificare la risposta all’ambiente iperbarico, mentre la particolare circolazione fetale pone ulteriori problemi.

Nel feto, la presenza di shunt fisiologici come forame ovale e dotto arterioso consente al sangue di bypassare il circolo polmonare. Eventuali emboli gassosi potrebbero quindi teoricamente raggiungere direttamente la circolazione sistemica fetale e i tessuti in sviluppo.

I dati umani sono insufficienti per identificare una profondità o un’esposizione sicura. Per questo motivo, secondo il principio di precauzione, la gravidanza rappresenta una controindicazione all’immersione con autorespiratore .

Un’esposizione accidentale nelle prime fasi della gravidanza, tuttavia, non costituisce automaticamente un’indicazione all’interruzione della gravidanza: è indicato un follow-up ostetrico individualizzato.

Verso una decompressione sempre più personalizzata

Le nuove evidenze modificano il modo in cui possiamo affrontare il tema.

La letteratura storica è stata discordante, ma una recente e ampia analisi real-world ha identificato il sesso femminile come predittore indipendente di MDD . Questo dato necessita di conferma prospettica e, soprattutto, di una spiegazione fisiopatologica.

La questione non è quindi stabilire semplicemente se “le donne siano più a rischio”, ma comprendere quali caratteristiche individuali modifichino la risposta allo stress decompressivo .

Il rapporto apparentemente discordante tra produzione di VGE e MDD suggerisce inoltre che il futuro della ricerca dovrà probabilmente andare oltre il semplice conteggio delle bolle, integrando funzione endoteliale, infiammazione, profilo ormonale, composizione corporea, temperatura, perfusione, carico di lavoro e caratteristiche dell’esposizione.

L’obiettivo non dovrebbe essere creare tabelle di decompressione separate per uomini e donne, ma arrivare progressivamente a modelli capaci di considerare meglio la fisiologia del singolo subacqueo.

Studiare le differenze legate al sesso biologico non significa creare una subacquea diversa per le donne. Significa rendere la nostra comprensione della decompressione più completa e, potenzialmente, più personalizzata per tutti.

Bibliografia essenziale

  • Marroni A, Kot J, Pieri M, Pelliccia R, Balestra C. Identification of DCS risk factors in recreational diving: multifactorial model based on the DAN DSL Database 2024. Int Marit Health. 2026.

  • Mitchell SJ. Decompression illness: a comprehensive overview. Diving Hyperb Med. 2024.

  • Boussuges A, et al. Gender differences in circulating bubble production after SCUBA diving. Clin Physiol Funct Imaging. 2009.

  • Lee V, et al. Decompression sickness in women: a possible relationship with the menstrual cycle. Aviat Space Environ Med. 2003.

  • St Leger Dowse M, et al. Problems associated with SCUBA diving are not evenly distributed across a menstrual cycle. J Obstet Gynaecol. 2006.

  • Thom SR, et al. Association of microparticles and neutrophil activation with decompression sickness. J Appl Physiol. 2015.

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  • Reid RL, Lorenzo M. SCUBA diving in pregnancy. J Obstet Gynaecol Can. 2018.

Francesca Maria Marziano è medico con master di II livello in Medicina Iperbarica e Subacquea, attualmente impiegata presso il Centro Iperbarico di Bologna, e istruttrice ARA FIPSAS. Si occupa di divulgazione scientifica e formazione sui temi della fisiologia, della sicurezza e della prevenzione degli incidenti in immersione, con particolare attenzione alle differenze di genere nella pratica subacquea.

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