Immersi nel ghiaccio dell’Antartide: medicina subacquea all’ultimo parallelo

Immersi nel ghiaccio dell’Antartide: medicina subacquea all’ultimo parallelo

Un medico anestesista cagliaritano, Stefano Mancosu, racconta due mesi alla base italiana Mario Zucchelli in Antartide: i sub, il ghiaccio, il sole che non tramonta e la medicina che cambia forma quando l’ospedale più vicino è a migliaia di chilometri.

Foto Stefano Mancosu/PNRA.

Immaginate di essere fisicamente separati dal resto del mondo da migliaia di chilometri di ghiaccio, rocce, e acqua. Allo stesso tempo, sullo schermo del pc o del telefonino potete raggiungere pressoché chiunque. È in questo paradosso che il dottor Stefano Mancosu, medico anestesista, in servizio presso il Servizio di Medicina Iperbarica dell’Ospedale Marino, ASL Cagliari, ha esercitato la sua professione per due mesi, dal 15 dicembre 2025 al 15 febbraio 2026, come medico della base Mario Zucchelli del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide.

Lo incontriamo di ritorno, ancora con addosso quella cadenza del racconto lenta e precisa che sembra una costante di chi vive in un ‘isola, la Sardegna, dove le parole pesano e il silenzio non spaventa. Gli facciamo le domande che ogni subacqueo vorrebbe fargli.

Prima di tutto ci descriva quella base operativa così remota

La base Mario Zucchelli sorge su un promontorio di roccia granitica nella Baia di Terra Nova, nel Mare di Ross, a 74 gradi di latitudine sud. Nell’estate australe, che corrisponde al nostro inverno, ospita mediamente ottanta-ottantacinque persone tra ricercatori, tecnici, militari e personale di supporto. È un villaggio autosufficiente: ha la sua centrale elettrica, i suoi laboratori, le officine, la mensa, la biblioteca, un centro meteo, un eliporto, una piccola ma attrezzata medicheria, e un piccolo porto attrezzato, con gru con pontile, fondamentale per le operazioni logistiche e per le attività subacquee, con una piccola camera iperbarica di supporto.”
La dotazione sanitaria, ci spiega, è un presidio di tutto rispetto per essere a 3.500 chilometri dalla Nuova Zelanda: monitor multiparametrici, defibrillatori, ecografo, apparecchio radiologico, minilaboratorio, una farmacia piccola ma ben strutturata, e una sala attrezzata per piccola chirurgia, con letto operatorio e postazione di anestesia. E poi c’è lei, la vera protagonista silenziosa di ogni giornata di immersione: una camera iperbarica monoposto. “Piccola, a malapena sufficiente per un trattamento d’emergenza su un singolo paziente.

Burrasca antartica sul molo della base.

Non è la camera iperbarica di un centro ospedaliero dedicato, ma in caso di malattia da decompressione è la differenza tra poter fare qualcosa e non poter fare nulla. La sua sola presenza cambiava il peso psicologico di ogni immersione, per i sub e per me.” La struttura operava in teleconsulenza costante con il Policlinico Gemelli di Roma. “In loco due medici: un chirurgo, il collega Sergio Sommariva, io, e la preziosissima infermiera tuttofare Brunella Sgamma, facente funzioni di caposala, farmacista, magazziniera, eccetera: tutti arrivati a dare il cambio al collega Salvatore Vagnoni, anestesista e medico iperbarico, alla collega chirurga Roberta Ragozzino e all’infermiera Giuseppina Vitali, presenti nella base dal 15 ottobre”. Una presenza pensata fin dall’inizio anche in funzione delle attività subacquee, che in un contesto così estremo richiedono un supporto sanitario dedicato e continuo.”

Chi erano i sub della base e cosa facevano?

I subacquei presenti durante la mia permanenza, provenienti dai Palombari della Marina, e dai Carabinieri Subacquei, svolgevano due tipologie di attività distinte.
La prima tipologia di attività era il supporto diretto alla ricerca biologica marina. “Le immersioni servivano principalmente a raccogliere campioni di sedimento, organismi bentonici e spugne dal fondale della baia, spesso a profondità che superano i venti metri. I ricercatori di biologia marina non possono fare diversamente: per certi prelievi servono mani umane, precisione chirurgica e la capacità di scegliere sul posto.” Un lavoro lento, metodico, che si svolge sotto una coltre di ghiaccio marino, con visibilità a volte eccezionale — l’acqua antartica è tra le più limpide del pianeta — ma con una temperatura che oscilla tra i meno uno e i meno due gradi centigradi. Ricordo che l’acqua salata gela a temperature inferiori allo zero. In queste condizioni il margine tra una bella immersione e un’emergenza si misura in minuti.”

Per questo motivo, ogni immersione era condotta non da ricercatori che occasionalmente siano anche i grado di scendere sott’acqua, ma da professionisti provenienti dai reparti d’élite della subacquea militare, formati per affrontare quotidianamente le emergenze più inaspettate, e risolverle.

Un subacqueo pronto per l’immersione con una complessa attrezzatura.

Il secondo tipo di lavoro è più inaspettato, almeno per chi immagina l’Antartide solo come teatro di ricerca scientifica pura: i subacquei sono stati impegnati anche nella manutenzione del piccolo porto della base, in particolare nel ripristino delle lastre di acciaio che irrobustiscono contro gli assalti del ghiaccio e dei marosi il piccolo ma prezioso pontile, vitale per la base. Lavoro duro, fisicamente impegnativo, in condizioni di visibilità a volte ridotta per via della torbidità vicino alle strutture, svolto in pochi metri di profondità, ma per tempi che raggiungevano l’ora, in acque gelide, dove non c’è spazio per l’errore o l’imprevisto. Un profilo completamente diverso da quello scientifico, ma ugualmente critico per la sopravvivenza operativa della base.”

Spesso le immersioni venivano effettuate forando il pack ghiacciato e creando sempre un secondo foro di sicurezza per un’eventuale emergenza, oppure calando i subacquei direttamente dal pontone portacontainer che veniva scesa a mare con una gru.

Quali erano i rischi medici specifici di quelle immersioni?

È qui che la conversazione si fa più tecnica, e più interessante per chiunque abbia esperienza di immersioni. Il dottor Mancosu elenca i rischi con la precisione di chi li ha studiati non sui libri ma vissuti ogni giorno come scenari reali.
“Il nemico numero uno, in assoluto, è l’ipotermia. A meno due gradi, anche con una muta stagna di buona qualità e l’adeguato sottomuta termoriscaldato tramite batterie stagne, il margine temporale tra una bella immersione e una situazione critica si misura in minuti, non in ore. L’ipotermia non avvisa: inizia con una riduzione della destrezza manuale, prosegue con l’alterazione del giudizio e può evolvere verso aritmie gravi. In acqua così fredda, qualsiasi problema tecnico — una perdita dalla muta, un guanto che si allenta — diventa immediatamente un problema medico.”

Il secondo rischio è quello che ogni subacqueo conosce bene, ma che in Antartide acquista una dimensione diversa: la malattia da decompressione. “L’acqua fredda aumenta la viscosità del sangue e modifica la cinetica di assorbimento e rilascio dell’azoto rispetto alle condizioni standard per cui sono calibrate le tabelle di decompressione. In pratica, i protocolli di risalita devono essere più conservativi rispetto a quelli applicati in acque temperate. I sub della base lo sanno e lo rispettano scrupolosamente.” La base dispone di una camera iperbarica monoposto: un presidio di emergenza, non una struttura terapeutica completa. “Sufficiente per iniziare un trattamento su un singolo paziente, con i limiti inevitabili di una macchina pensata per l’urgenza in una località con enormi difficoltà logistiche. Nella scala delle cose, è una risorsa preziosa — ma sapere che non esiste un backup più grande a portata di mano restava sempre presente, come un sottofondo costante a ogni pianificazione.”
C’era poi la questione delle immersioni sotto il pack, il ghiaccio marino che copre parte della baia. “Immergersi sotto la banchisa significa entrare in un ambiente a penetrazione limitata, dove la risalita diretta non è sempre possibile. I fori nel ghiaccio vengono preparati con cura — uno principale e uno di emergenza a pochi metri — ma la gestione di qualsiasi emergenza sott’acqua diventa enormemente più complessa. Per questo ogni immersione veniva pianificata nei minimi dettagli.”
Il rischio dei barotraumi, in particolare a carico dell’orecchio medio e interno, completava il quadro. “In acqua così fredda le manovre di compensazione diventano più difficili per via della congestione delle mucose favorita dal freddo stesso, che si aggiunge al freddo che si patisce in superficie, accentuato dalla disidratazione dell’aria antartica.”

Ogni subacqueo veniva calato in mare con l’aiuto di una gabbia mossa da una gru, in considerazione dell’elevato peso e dell’ingombro delle attrezzature.
Rigidi controlli sull’attrezzature del subacqueo in procinto di scendere in acqua.
Il direttore delle immersioni e il capo tecnico seguono sul monitor l’azione del subacqueo.
Ogni immersione veniva costantemente assistita dal team della base.

E la vita fuori dall’acqua? Il sole continuo, l’isolamento…

È a questo punto che il medico si ferma un momento, come se stesse cercando le parole giuste: “Il sole continuo è la prima cosa che colpisce. Siamo arrivati a dicembre, piena estate australe: il sole non tramonta. Mai. Ruota attorno all’orizzonte senza mai toccarlo, e questa luce perenne altera profondamente il ritmo sonno-veglia. I disturbi del sonno erano la patologia più comune dell’intera base, non solo tra i sub. Ci vuole disciplina per andare a letto quando fuori è pieno giorno, e il corpo impiega settimane ad adattarsi, se pure si adatta. Per i subacquei, questo aspetto aveva una rilevanza medica specifica. La privazione o il disturbo del sonno aumenta il rischio di errori operativi sott’acqua. Un sub che ha dormito male tende a compensare meno regolarmente, a muoversi con meno fluidità, a prendere decisioni meno conservative. Nelle nostre sessioni pre-immersione ne tenevamo conto esplicitamente: in certi casi ho consigliato un lieve sedativo la sera, per facilitare il sonno notturno ma al tempo stesso permettesse lucidità ed efficienza al risveglio.

L’isolamento fisico, poi, aveva una sua dimensione medica che va al di là del disagio psicologico. Siamo ottantacinque persone in un posto da cui non si può uscire. Le dinamiche relazionali (le tensioni, i conflitti, le simpatie) si amplificano. In un contesto simile, il medico non è solo il professionista che cura le lombosciatalgie e i raffreddori; diventa un punto di riferimento umano, una presenza neutra a cui ci si rivolge anche quando il problema non è strettamente fisico. Il tempo dilatato, tipico di quella vita, favoriva conversazioni che nella medicina ordinaria non hanno spazio. In Italia, nell’ambulatorio il tempo è contingentato. In Antartide invece avevi tutto il tempo che serviva. E spesso il tempo e il dialogo erano cura di per sé. Ho scoperto che anche organizzare un torneo di ping-pong, di scacchi, di calciobalilla o di burraco era terapia. Sedersi a mensa ogni volta ad un tavolo diverso è un ottimo modo per fare un checkup continuo in un posto dove il laboratorio più vicino è a mille chilometri di ghiaccio”.

Il Dott. Stefano Mancosu e l’infermiera Brunella Sgamma all’interno dell’ambulatorio e vicino alla piccola camera iperbarica della base.

C’è stato un episodio che ricorda in modo particolare?

Sorride, e poi risponde con la cautela di chi sa che le storie mediche appartengono alle persone che le hanno vissute. “C’è stato un episodio, niente di drammatico, fortunatamente, che mi ha chiarito in modo definitivo cosa significhi fare il medico lì e cosa volesse dire addestramento e preparazione. Un sub delle operazioni portuali, dopo una mattinata di lavoro intenso sott’acqua per saldare delle lastre d’acciaio, non si era accorto di aver una piccola entrata di acqua nella muta. Il direttore di immersione si era reso conto che il sub era “diverso” nel dialogo continuo con la superficie, e ha prontamente interrotto la procedura. All’uscita, le gambe della muta erano completamente piene d’acqua a -2°C, il sub era sul blu violetto e sotto un brivido continuo. La squadra si è mossa come un sol uomo: rapidamente è stato svestito e rivestito con panni asciutti, caricato nell’ambulanza (riscaldata), e in meno di 5 minuti era sotto una doccia calda, sorseggiando una bevanda tiepida e ricca di zuccheri, per supportare l’intenso lavoro muscolare del brivido. Ha così riacquistato un colore normale e smesso di brividare dopo diversi minuti. Una assistenza meno pronta e rapida avrebbe prolungato l’episodio, magari fino al punto di sviluppare una severa acidosi metabolica e delle aritmie. La storia delle immersioni antartiche infatti, conta episodi tragici che ricordano quanto il margine di errore sia reale e quanto conti ogni minuto di risposta.

Vita sul pack attorno alla base.

Cosa porta a casa, come persona e come medico?

“Come medico e come subacqueo, porto la certezza che la prevenzione non è una parola del linguaggio burocratico. È l’unica tecnica che funziona davvero quando il backup non c’è. Ogni valutazione pre-immersione che ho fatto lì valeva cento volte di più di qualsiasi intervento tempestivo che avrei potuto fare dopo. Questo mi ha cambiato anche nel lavoro quotidiano: ho meno tolleranza per le approssimazioni, per i “…tanto va bene”, per le valutazioni fatte di corsa.
Come persona, porto il ricordo di quella luce continua, di dopo cena che duravano ore perché nessuno aveva fretta di andare da nessuna parte, di conversazioni vere con persone vere, in un posto dove le maschere sociali cadono, perché non c’è energia per mantenerle: la guida alpina che sfida il cattedratico a ping pong, il medico che passa ore con il carabiniere davanti agli scacchi. Ottantacinque persone isolate dal mondo, che costruivano ogni giorno qualcosa che assomigliava a una comunità, dove impari a essere veramente un gruppo, che non significa andare tutti d’accordo sempre e comunque (non so voi, ma non ho mai visto un gruppo “reale” dove questo accadesse), significa che ognuno di noi era responsabile per gli altri, e sapeva al contempo che gli altri erano responsabili per lui. Il motto “Tutti per uno, uno per tutti” non è un modo di dire da film, ma l’unica realtà per sopravvivere in un posto dove nel giro di pochi minuti si può passare da un sole continuo e un’accettabile temperatura di -2°, a un vento di 180 nodi che sposta i camion, ad una temperatura percepita di -20°, e ad una visibilità zero. Talmente vero, che la stessa dirigenza della base, giustamente rigidissima sul lavoro, organizzava festose riunioni di “iniziazione” (il tremendo Pinguinattolo! – di cui non saprete da me niente di più!) dove tutti ci si metteva in gioco in un clima di simpatia, rispetto e ironia. È una cosa rara, e quando la vivi ti accorgi di quante cose inutili riempiano la vita normale.”

Un’ultima domanda, quella che interessa di più a chi legge questa rivista: consiglierebbe quell’esperienza a un collega?

“Certo. Ma attenzione: bisogna essere pronti a rinunciare alla rete di sicurezza a cui siamo abituati, quella fatta di colleghi specialisti, di esami strumentali, di protocolli condivisi e di strutture retrostanti. Lì sei tu, le tue mani, il tuo ragionamento clinico, la tua preparazione, i tuoi colleghi, e la tua capacità di stare calmo. Se reggi, torni medico (e persona) migliore. Garantito. E sopratutto, ti porti il ricordo di aver avuto il privilegio di poter esser stato in uno dei posti più estremi della terra e di aver condiviso questa esperienza con persone veramente speciali”.

Le missioni italiane in Antartide sono condotte nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), finanziato dal MUR e gestito dal CNR per il coordinamento scientifico, da ENEA per la pianificazione e l’organizzazione logistica delle attività presso le basi antartiche, e dall’OGS per la gestione tecnica e scientifica della nave rompighiaccio Laura Bassi.

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