Ossigenoterapia iperbarica e medicina dello sport: cosa ci dice oggi la ricerca?

L’ossigenoterapia iperbarica (OTI) sta suscitando un interesse crescente anche nella medicina dello sport, nell’ortopedia e nella riabilitazione muscoloscheletrica. L’aumento della disponibilità di ossigeno nei tessuti rappresenta infatti un possibile strumento per sostenere alcuni dei processi biologici fondamentali della riparazione tissutale [1,3].
Una recente revisione sistematica di Weinrich et al., pubblicata nel 2026 su BMC Musculoskeletal Disorders, ha analizzato gli studi clinici disponibili sull’impiego dell’OTI nelle patologie muscoloscheletriche, prendendo in considerazione osso, muscolo, tendini, legamenti e cartilagine [1]. La revisione ha identificato 19 studi clinici per complessivi 612 pazienti.
Il razionale biologico è particolarmente interessante. L’OTI determina un marcato incremento della pressione parziale dell’ossigeno nel plasma, aumentando la disponibilità di O₂ anche nei tessuti caratterizzati da ipossia o ridotta perfusione. Questo può influenzare processi fondamentali della guarigione, tra cui angiogenesi,
proliferazione fibroblastica, sintesi del collagene e modulazione della risposta infiammatoria [3,4].
Sul versante osseo, i dati preclinici e clinici risultano particolarmente promettenti. L’OTI sembra poter favorire l’attività osteoblastica e la rigenerazione ossea attraverso la modulazione di specifici pathway cellulari, tra cui RUNX2 e Piezo1-YAP [5]. Studi sperimentali hanno inoltre evidenziato possibili effetti favorevoli sulla risposta muscolare al danno, sullo stress ossidativo, sulla funzione mitocondriale e sul rimodellamento vascolare [6,7].
Ma quali sono realmente i benefici clinici?
È proprio qui che la revisione di Weinrich assume particolare interesse. Non tutte le patologie muscoloscheletriche sembrano rispondere allo stesso modo.
Le evidenze più coerenti riguardano soprattutto:
- necrosi avascolare (AVN);
- edema del midollo osseo.
In queste condizioni, gli studi hanno riportato miglioramenti relativamente consistenti nei parametri di imaging, nel dolore e negli outcome funzionali, soprattutto quando vengono utilizzati protocolli prolungati [1]. Questi dati confermano l’uso ormai nella pratica clinica quotidiana di OTI in queste problematiche.
Molto meno definitivi sono invece i risultati relativi a:
- recupero dal danno muscolare;
- lesioni dei legamenti;
- patologie dei tendini.
In particolare, gli studi randomizzati sul danno muscolare indotto dall’esercizio non hanno evidenziato benefici chiari e le evidenze relative alla guarigione dei legamenti e all’ossigenazione tendinea rimangono insufficienti [1].
Un aspetto particolarmente interessante: la “dose” di OTI
La revisione evidenzia anche una notevole eterogeneità dei protocolli. Per le patologie dei tessuti molli sono stati utilizzati generalmente 1–12 trattamenti, mentre per le patologie ossee i protocolli arrivavano a 20–80 sedute, con trattamenti generalmente di 60–90 minuti respirando ossigeno al 100% [1].
Questo elemento è importante perché suggerisce che non è sufficiente parlare genericamente di “OTI”: pressione, durata, numero delle sedute e intervallo tra i trattamenti possono rappresentare componenti fondamentali dell’effetto biologico e clinico.
Il messaggio per la medicina dello sport
I dati disponibili suggeriscono per OTI un possibile ruolo adiuvante e selettivo, soprattutto nelle condizioni caratterizzate da alterazioni della perfusione e dell’ossigenazione tissutale.
Per gli atleti, il potenziale interesse è comunque notevole: guarigione ossea, angiogenesi, modulazione dell’infiammazione e riparazione tissutale sono tutti processi fondamentali per il recupero e il ritorno all’attività sportiva.
La conclusione di questa revisione è quindi questa: l’OTI appare consolidata soprattutto nelle patologie ossee, in particolare necrosi avascolare ed edema osseo, mentre per muscolo, tendini e legamenti le prove sono ancora divisive.
Babel e colleghi in una recente revisione sistematica e meta-analisi hanno valutato l’efficacia dell’ossigeno terapia iperbarica (OTI) nel recupero e nella performance degli atleti sani. [9]
- Sono state analizzate le pubblicazioni dal 2015 al settembre 2024.
- 11 studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione, mentre 6 studi sono stati inclusi nella meta-analisi.
- Il principale risultato è stata una significativa riduzione del lattato ematico dopo l’esercizio nei soggetti sottoposti a OTI (ES −1,71; IC95% −3,10–−0,32).
- L’effetto è risultato particolarmente evidente negli atleti più giovani e in quelli con minore massa grassa.
- Non sono invece emerse evidenze solide di un miglioramento immediato della potenza muscolare o della produzione di forza.
- La meta-regressione non ha fornito risultati conclusivi, ma ha suggerito una possibile eterogeneità dell’effetto in relazione ai diversi protocolli di OTI.
Gli autori concludono che l’OTI sembra poter favorire soprattutto il recupero metabolico post-esercizio, attraverso una più rapida riduzione del lattato, mentre le evidenze sul miglioramento diretto della performance atletica sono ancora limitate. Sono necessari studi più ampi, con protocolli OTI standardizzati, popolazioni più diversificate e valutazione degli effetti a lungo termine.
Evidenze precliniche: cosa emerge dagli studi sugli animali?
A completamento della revisione clinica, Weinrich et al. hanno pubblicato nell’agosto 2026 una seconda revisione sistematica dedicata esclusivamente agli studi animali su OTI e tessuti muscoloscheletrici [2]. Sono stati inclusi 37 studi, per oltre 2.141 animali, comprendenti principalmente roditori, conigli e altri mammiferi. Gli studi hanno riguardato muscolo (17), tendini e legamenti (12), osso (6) e cartilagine (2). [2]
Il quadro che emerge è interessante, ma deve essere interpretato con cautela. Nel muscolo, i risultati sono stati soprattutto favorevoli nei modelli di contusione e danno muscolare acuto, con segnali di maggiore attivazione delle cellule satelliti, rigenerazione delle fibre muscolari e modulazione dei macrofagi. In diversi studi sono inoltre aumentati mediatori coinvolti nella rigenerazione e nell’angiogenesi, tra cui VEGF, bFGF e HIF-1α. Al contrario, nei modelli di ischemia-riperfusione i risultati sono stati molto più eterogenei.
Per quanto riguarda l’osso, l’evidenza preclinica appare ancora più interessante. Sono stati osservati incrementi della formazione del callo osseo, della mineralizzazione e dell’espressione di RUNX2, con miglioramenti anche di alcuni parametri radiologici e biomeccanici. I risultati più consistenti sono stati osservati nei modelli di distrazione osteogenetica. Tuttavia, non tutti i modelli hanno mostrato un beneficio, in particolare alcuni studi sulla pseudoartrosi cronica non hanno evidenziato un miglioramento della rivascolarizzazione o della guarigione radiografica.
Anche per tendini e legamenti emergono segnali promettenti: diversi studi hanno documentato aumento della sintesi di collagene, neovascolarizzazione, migliore organizzazione della matrice extracellulare e, in alcuni modelli, incremento della resistenza meccanica del tessuto riparato. La risposta, tuttavia, varia considerevolmente in funzione del tessuto, del modello di lesione e del protocollo OTI.
I dati sulla cartilagine sono ancora molto limitati: sono stati identificati soltanto due studi animali. Entrambi hanno evidenziato alcuni segnali di miglioramento della riparazione precoce delle lesioni cartilaginee, ma la scarsità degli studi e l’assenza di adeguati outcome biomeccanici impediscono conclusioni definitive.
Un dato particolarmente interessante per l’OTI
La revisione evidenzia anche una notevole variabilità dei protocolli sperimentali. Le pressioni utilizzate andavano indicativamente da 1,5 a 3,0 ATA, con durate di 30–120 minuti e da una singola esposizione fino a 56 trattamenti. Nei modelli ossei sono stati utilizzati soprattutto protocolli compresi tra 2,0 e 2,8 ATA, mentre negli studi su tendini e legamenti sono state utilizzate pressioni fino a 2,8 ATA.
Questo dato è particolarmente rilevante perché rafforza un concetto già emerso dalla letteratura fisiologica sull’OTI: non si può considerare l’OTI come un intervento unico e indistinto. Pressione, durata, numero di sedute, timing dell’inizio del trattamento e tipo di tessuto possono condizionare profondamente la risposta biologica.
Dal laboratorio alla clinica
Il confronto tra le due revisioni di Weinrich è probabilmente l’aspetto più interessante.
La revisione clinica ha incluso 19 studi e 612 pazienti e ha trovato le evidenze più consistenti nell’osteonecrosi avascolare (AVN) e nell’edema del midollo osseo (BME), mentre i risultati per muscolo, tendini e legamenti rimangono meno conclusivi [1].
La revisione preclinica, invece, suggerisce che l’OTI possa intervenire su diversi processi biologici alla base della riparazione: angiogenesi, sintesi del collagene, rigenerazione muscolare, osteogenesi e rimodellamento della matrice extracellulare [2].
Il messaggio complessivo è quindi molto interessante: conferma il razionale biologico e preclinico per un ruolo dell’OTI nella medicina muscoloscheletrica soprattutto nelle patologie ossee, ma il passaggio dall’effetto osservato nell’animale al beneficio clinico nell’ambito muscolo-legamentoso nell’uomo non è ancora del tutto dimostrato.
Bibliografia
- Weinrich L, Tischer T, Schlesiger L, Pachowsky ML, Hoos L. Effects of hyperbaric oxygen therapy on human musculoskeletal pathologies in clinical studies: a systematic review. BMC Musculoskelet Disord. 2026;27:661. doi:10.1186/s12891-026-10254-9.
- Weinrich L, Tischer T, Schlesiger L, Pachowsky ML, Hoos L. Effects of hyperbaric oxygen therapy on bone, muscle, cartilage, tendon and ligaments in animal studies: a systematic review. BMC Musculoskelet Disord. 2026;27:731. doi:10.1186/s12891-026-10079-6.
- Jeyaraman M, Sami A, Nallakumarasamy A, Jeyaraman N, Jain VK. Hyperbaric Oxygen Therapy in Orthopaedics: An Adjunct Therapy with an Emerging Role. Indian J Orthop. 2023;57(5):748-761.
- Edwards ML. Hyperbaric oxygen therapy. Part 1: history and principles. J Vet Emerg Crit Care (San Antonio). 2010;20(3):284-288.
- Camporesi EM. Handbook on hyperbaric medicine: G. Oriani, A. Marroni, and A. Wattel, editors. Undersea Hyperb Med. 1997;24:217.
- Zhou H, Liu H, Lin M, Wang H, Zhou J, Li M, et al. Hyperbaric oxygen promotes bone regeneration by activating the mechanosensitive Piezo1 pathway in osteogenic progenitors. J Orthop Transl. 2024;48:11-24.
- Chiu CH, Chang SS, Chang GJ, Chen AC, Cheng CY, Chen SC, et al. The effect of hyperbaric oxygen treatment on myoblasts and muscles after contusion injury. J Orthop Res. 2020;38(2):329-335.
- Bosco G, Yang ZJ, Nandi J, Wang J, Chen C, Camporesi EM. Effects of hyperbaric oxygen on glucose, lactate, glycerol and antioxidant enzymes in the skeletal muscle of rats during ischaemia and reperfusion. Clin Exp Pharmacol Physiol. 2007;34(1-2):70-76.
- Babel S., Bosco G., Camporesi E. Hyperbaric Oxygen Treatment for Enhancing Athletic Recovery: A Systematic Review and Meta-Analysis.Undersea Hyperb Med . 2026 Second Quarter;53(2):305-318.
