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Intervista all’archeologo subacqueo Prof. Filippo Avilia

Intervista di Umberto Natoli

il Prof. Filippo Avilia

In questo primo articolo sul tema dell’archeologia subacquea, ho il piacere di presentare in un’intervista il Prof. Filippo Avilia, uno dei più preparati e attivi specialisti del settore, ricercatore e docente di prim’ordine, autore di bellissimi libri sull’argomento, le cui scoperte e i cui studi aprono affascinanti finestre di conoscenza sul mondo della navigazione antica.

                Ho avuto modo di conoscerlo in occasione di un mio rinvenimento di un grande ceppo di ancora in pietra avvenuto nel 2017 nelle acque del Circeo. Avevo segnalato la scoperta alla funzionaria responsabile di zona della Sovrintendenza archeologica, inviandogli alcune fotografie subacquee, che a sua volta la stessa aveva girato, per una precisa identificazione,  a quello che viene considerato il maggiore esperto italiano di ancore antiche: proprio Filippo Avilia. Questi reputò la scoperta molto interessante, al punto da chiedere di poter presenziare personalmente al recupero in qualità di archeologo ufficiale incaricato: richiesta che gli fu subito concessa. A me fu chiesto di accompagnare e assistere il professore, sia in qualità di scopritore e quindi di conoscitore del sito, ma anche di subacqueo volontario e di fotografo, che assieme ai componenti della ASSO, impagabili ed esperti operatori subacquei archeologici e speleologici, sempre volontari, avremmo effettuato il recupero. 

                Confesso che ero molto prevenuto, date altre mie esperienze nel settore, convinto che mi sarei trovato davanti un accademico molto chiuso e distaccato dai lavori manuali, a cui tutto è dovuto e incline a relazionarsi solo per dare disposizioni. Fu così che una mattina di luglio giunsi all’appuntamento con il professore su una banchina del porto di San Felice Circeo.  Al mio arrivo notai un uomo bruno, dal fisico massiccio, impegnato a scaricare da un portabagagli pesanti attrezzature subacquee con l’energia e la sicurezza di chi è abituato a farlo. Come scesi dall’auto mi si avvicinò “Sicuramente tu sei Umberto”, poi si aprì in un sorriso allegro e rassicurante e la sua mano forte strinse la mia. I miei dubbi sulla persona si dissiparono in un attimo. Era si un famoso accademico, ma era anche un subacqueo vero, cordiale e alla mano. Era uno dei nostri. Fu l’inizio di una bella amicizia e di una collaborazione che ci ha portato a cercare di concretizzare nell’ambito di un’agenzia didattica l’idea di creare figure specializzate, a vari livelli di preparazione,  con la qualifica di  tecnico archeologico subacqueo, sia dedicate a semplici appassionati, quindi aperte a chiunque sia desideroso di approfondire le conoscenze in materia, ma anche a guide, a operatori di ricerca, di studio e di recupero sul campo, a laureati archeologi e non, ma molto più snelle dei rigidi canoni oggi richiesti dalle normative per operare sul campo nel settore archeologico, relativi alla imprescindibile qualifica di OTS Operatore Tecnico Subacqueo. In questo progetto abbiamo trovato nei responsabili della didattica NADD, interlocutori sensibili e interessati a sviluppare uno specifico percorso.

Prof. Avilia, o meglio, Filippo, come è nata la passione per l’archeologia subacquea?

il Prof. Filippo Avilia durante le operazioni sul relitto della corvetta settecentesca Flora nel porto di Napoli

                Ho avuto la fortuna di nascere in un luogo ricco di suggestivi richiami storici e archeologici, oltretutto in uno scenario naturale molto bello, Pozzuoli, e fin da ragazzo fui attirato da tutto ciò che riguardava il mondo antico, così fortemente presente attorno a me.  Dopo le scuole medie scelsi infatti di iscrivermi al liceo classico, nonostante venissi da una famiglia di cultura tecnico scientifica. Gli studi cominciarono così a dare corpo e vita alle storie,  alle culture, al pensiero, all’arte di uomini e donne vissuti in epoche tanto lontane nei luoghi del mio quotidiano: un mondo antico che consideravo straordinariamente affascinante. Contemporaneamente cresceva in me la passione per il mare e per la pesca subacquea, anzi per tutto il mondo subacqueo. Erano gli anni delle prime appassionanti scoperte e valorizzazioni dei resti dell’antica città di Baia, che fu sommersa dal bradisisma già al tempo dei romani. L’emozione di osservare con maschera e pinne mura, colonne, mosaici, segnò definitivamente la strada dei miei studi. Così decisi giovanissimo di diventare un archeologo subacqueo e mi iscrissi all’Università Federico II di Napoli alla facoltà di Lettere Classiche con indirizzo archeologico. Nello stesso periodo cresceva in me anche il desiderio di diventare un subacqueo completo e così frequentai un corso d’immersione con ARA. Anni più tardi completai la mia preparazione con l’acquisizione dell’impegnativo brevetto OTS Operatore Tecnico Subacqueo, condizione imprescindibile per operare ufficialmente come archeologo subacqueo.

Dopo gli studi come è stato il tuo percorso verso la professione?

Poi fu una strada tutta in crescita, anzi in salita, di studi mai interrotti e di impegno. Una strada che richiede tanta, ma davvero tanta passione e determinatezza, sia per formarsi compiutamente come archeologo subacqueo, sia per farne anche una professione in grado di sostenere adeguatamente la propria vita. In Italia, nonostante che abbiamo il più grande patrimonio di reperti sommersi al mondo, questa specializzazione ha avuto sempre una vita travagliata e basti pensare che attualmente la materia non è contemplata in uno specifico e compiutamente articolato corso di studi, come meriterebbe, ma praticamente in tutti gli atenei in cui viene trattata, e non sono molti, è inserita come corso di specializzazione, o come particolare indirizzo nelle facoltà di archeologia classica. Non è la preparazione teorica a mancare, grazie alla presenza e alla disponibilità in numerose sedi universitarie di validissimi e appassionati docenti, ma è la formazione sul campo.

il Prof. Filippo Avilia osserva le immagini trasmesse dal ROV nel cantiere del lavoro archeologico sul relitto della corvetta Flora

 La mancanza cronica di fondi in grado di sostenere l’allestimento di cantieri scuola o di sfruttare alcuni dei tantissimi siti sommersi dove oltre ad effettuare studio e recupero, possano essere contemporaneamente organizzate esercitazioni pratiche per i neoarcheologi subacquei, scoraggia non pochi studenti. Per questi motivi molti miei compagni di studi universitari, inizialmente entusiasti, si sono poi persi per strada, orientandosi verso altre specializzazioni, mentre io ho mantenuto vivo costantemente nel tempo il mio interesse e la mia passione, che crescevano sempre più con l’approfondimento degli studi. Insomma, l’archeologia subacquea è stata e continua ad essere uno dei grandi amori della mia vita. Comunque, grazie alla mia caparbietà, e dopo non pochi tentativi, riuscii ad inserirmi già come semplice studente, in un cantiere di scavo a terra, nel 1980. Poi, come subacqueo brevettato, ma ovviamente sempre come studente, tentai di propormi all’allora responsabile del cantiere di scavo sommerso di Punta Epitaffio a Baia, l’Arch. Antonio Di Stefano, dell’equipe del Prof. Piero Cianfrotta e allievo dello storico Prof. Nino Lamboglia, uno dei primi e più famosi archeosub italiani, scopritore e studioso del grande relitto di Albenga. In cuor mio fu un semplice tentativo, quasi certo che sarei andato incontro ad un diniego. Invece grande fu la mia gioia quando, davvero inaspettatamente, l’Arch. Di Stefano mi accettò nel gruppo operativo sott’acqua. Fu per me l’inizio di un bellissimo periodo di studio intenso, di grande impegno fisico e di lunghe ore trascorse con la muta addosso, sia in immersione, sia fuori dell’acqua, ma con acceso nel cuore il fuoco sacro della conoscenza e della scoperta di storie di antichi uomini, di rotte, di commerci, di navi, che tanto mi affascinavano. Si aggiunsero ben presto anche altre esperienze in altre località e in acque interne.

Filippo Avilia interrompe per qualche secondo il suo racconto, si passa la mano sulla barba brizzolata, e la sua espressione diventa un po’ malinconica. E riprende. 

il Prof. Filippo Avilia ripreso con la sua equipe e la campana della corvetta Flora appena recuperata nel porto di Napoli

Tornando con la mente a quegli anni lontani, mi rimane il ricordo vivo di come la passione, l’entusiasmo, ma anche la fisicità della gioventù, mettevano in secondo piano la fatica, il freddo intenso di certe giornate, soprattutto d’inverno, quando le infiltrazioni d’acqua gelata si facevano improvvisamente strada tra i tagli approssimativi delle mute di allora, fatte con neoprene molto più rigido e poco coibentente rispetto a quello attuale. E poi non c’era orario, e non ricordo più quanti pasti saltati durante il giorno, quando si dovevano sfruttare al massimo le ore di luce, di acque tranquille e di assenza di vento. Davvero una grande scuola, un grande lavoro, e tutto senza alcuna remunerazione; solo nel migliore dei casi un rimborso spese. Poi però con il tempo arrivarono i frutti di tanto impegno, quindi i primi incarichi professionali, e con questi, grazie ai risultati ottenuti, le prime grandi soddisfazioni. 

Quali sono stati i cantieri e i lavori che più reputi importanti nella tua carriera?

Come progetti in generale, che ho elaborato in qualità di responsabile, sicuramente il Progetto Porti e Approdi del Mediterraneo con il MiBACT, il Cantiere Italia Meridionale, il Progetto Searen 1sul rilievo del porto greco di Neapolis a Napoli Castel dell’Ovo, il Progetto Searen 2 di rilevamento di strutture sommerse a Pozzuoli. Come cantieri in particolare indicherei il rilevamento della via Erculanea a Baia, il lavoro sul relitto delle tegole a Terracina, e il rilevamento, lo scavo parziale e il recupero di parte del relitto settecentesco della corvetta Flora nel porto di Napoli, un importante lavoro, ora interrotto per problemi burocratici, ma che spero possa riprendere al più presto.

Poi guardandomi con volto serio aggiunge:

ovviamente anche il recupero del ceppo di pietra che tu Umberto hai scoperto al Circeo, e scoppia in un sorriso contagioso, assestandomi una pacca sulla spalla. Non scerzo, è un reperto molto interessante, tra i più conservati e belli di quella tipologia, probabilmente del V o VI sec. a.c., ma lo dobbiamo studiare meglio.

ll Prof. Filippo Avilia coordina il lavoro di recupero di un ceppo di ancora in pietra rinvenuto da Umberto Natoli nelle acque del Circeo

 

Parlaci delle tue esperienze di docente e delle tue pubblicazioni

da destra, il Prof. Filippo Avilia, Sara Giacomini assistente subacquea e Umberto Natoli, autore dell’articolo e scopritore del ceppo d’ancora in pietra nelle acque del Circeo

Sicuramente ogni forma d’insegnamento, di trasmissione delle proprie conoscenze ed esperienze ai giovani, è per me una componente fondamentale e molto appagante della mia vita di archeologo, che mi completa sotto l’aspetto umano e professionale, e alla quale credo non saprei mai rinunciare.

Memore di quanto sacrificio e impegno ho dedicato da ragazzo alla mia preparazione e anche di alcune difficoltà incontrate, voglio rendere il più costruttivo e sereno possibile il mio rapporto con gli studenti, ai quali non nascondo di essere affezionato, oltretutto non avendo figli. Attualmente sono docente incaricato all’Università IULM di Milano nel corso di archeologia subacquea, e negli anni ho tenuto numerosi corsi a vario livello di addestramento e aggiornamento per conto della Sovrintendenza, di vari atenei e del MiBACT. 

Di studi pubblicati ne ho davvero tanti, e credo di non ricordarne nemmeno il numero con precisione, mentre di libri ho pubblicato: La Storia dell’Ancora, L’Atlante delle Navi Greche e Romane, Uomini e Navi del Mediterraneo, Manuale di Tecnica di Archeologia Subacquea, Il Mare nella Comunicazione. 

Tutte queste esperienze ho la fortuna di dividerle con mia moglie Maria Luisa Bruto, anch’essa archeologa e topografa, e per me questo è motivo di grande forza, serenità e entusiasmo che accompagna la mia vita. 

 

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